Volkswagen licenziamenti. Già così suona male. Ma non male tipo “oddio, c’è una crisi aziendale”. Male tipo “forse qualcuno dovrebbe smetterla di raccontarci la favoletta della transizione verde come se fosse una gita scolastica con merenda biologica inclusa”.
Perché qui non stiamo parlando del negozietto che chiude perché Amazon gli ha mangiato pure lo zerbino.
Stiamo parlando di Volkswagen.
Uno dei simboli dell’industria europea. Una roba che per decenni ha significato fabbriche, lavoro, componentistica, fornitori, esportazioni, stipendi, indotto, capacità produttiva. Insomma, quella cosa antica e volgare chiamata economia reale.
E adesso, secondo quanto riportato da Reuters sulla base di indiscrezioni di Manager Magazin, il gruppo starebbe valutando fino a 100.000 tagli e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania.
Centomila.
Non “qualche esubero”.
Non “una riorganizzazione interna”.
Centomila posti potenzialmente a rischio.
Ma tranquilli, sicuramente a Bruxelles c’è già qualcuno pronto a spiegarci che è tutto parte di una transizione ordinata, sostenibile, inclusiva e magari pure resiliente. Perché quando non sai cosa dire, aggiungi “resiliente” e sembri subito uno che ha studiato.
Solo in Europa riusciamo a farci male da soli e chiamarlo strategia
La cosa più assurda è questa: solo in Europa riusciamo a inventarci queste cazzate monumentali, imporcele da soli, farci del male da soli e poi raccontarci che siamo all’avanguardia.
Il resto del mondo guarda, ride e nel frattempo vende.
La Cina produce batterie, auto elettriche, componenti, materie prime lavorate, tecnologia e si prende il mercato.
Gli Stati Uniti fanno protezionismo quando serve, incentivi quando conviene e pensano prima ai loro interessi industriali.
Altri Paesi vanno avanti a modo loro, senza il bisogno patologico di inginocchiarsi davanti a ogni regolamento scritto da qualche ufficio europeo convinto che una fabbrica funzioni come una presentazione PowerPoint.
Noi invece no.
Noi siamo quelli intelligenti.
Noi ci mettiamo da soli i pesi alle caviglie e poi ci stupiamo se non vinciamo la maratona.
Noi decidiamo che l’industria europea deve diventare verde, pulita, perfetta, moralmente superiore, climaticamente impeccabile e possibilmente povera. Perché produrre costa, competere è brutto, fare utili è sospetto e avere fabbriche che funzionano evidentemente disturbava l’estetica del futuro.
Risultato?
Gli altri ci pigliano per il culo.
E fanno bene.
Perché mentre noi discutiamo se il 2035 sia abbastanza virtuoso, loro vendono macchine. Mentre noi facciamo regolamenti, loro fanno produzione. Mentre noi facciamo convegni sulla sostenibilità, loro fanno listini aggressivi. Mentre noi ci chiediamo se il motore termico offenda Greta, loro ci svuotano il mercato.
Geniale, davvero.
Il Green Deal: una grande idea, se odi l’industria europea
Il Green Deal è stato venduto come la grande svolta del secolo.
Una roba epocale.
Auto elettriche per tutti, emissioni giù, fabbriche riconvertite, nuovi lavori verdi, città pulite, bambini felici, unicorni a batteria e colonnine di ricarica che crescono spontanee ai bordi delle strade.
Peccato che poi sia arrivata la realtà.
E la realtà ha questo brutto vizio: non firma i comunicati stampa.
La realtà dice che una transizione industriale non la fai a forza di divieti, scadenze, multe, regolamenti e prediche morali. La fai con energia a prezzo competitivo, infrastrutture vere, filiere solide, materie prime disponibili, tecnologia matura, domanda reale e soprattutto senza trattare le aziende come se fossero nemiche del pianeta.
Invece l’Europa che cosa ha fatto?
Ha preso un settore strategico, l’automotive, e gli ha detto più o meno:
“Cambia tutto, spendi miliardi, riconverti fabbriche, licenzia se necessario, competi con la Cina, compra materie prime che non controlli, vendi auto che molti non possono permettersi, installa tecnologie che dipendono da filiere esterne, rispetta limiti sempre più stretti e fallo pure sorridendo, perché altrimenti sei contro il clima”.
Ma che razza di piano industriale è?
Questa non è politica industriale.
È masochismo normativo.
Il motore termico è diventato il demonio, ma il conto lo paga l’operaio
Per anni hanno trattato il motore termico come se fosse una malattia infettiva.
Diesel? Satana.
Benzina? Medioevo.
Ibrido? Tollerato, ma con sospetto.
Elettrico? Salvezza universale, pure se la batteria arriva da filiere che non controlliamo, le materie prime arrivano da Paesi che non fanno esattamente colazione con i diritti umani e le colonnine, in certe zone, sembrano più rare del buon senso a Bruxelles.
Però guai a dirlo.
Se sollevavi un dubbio, eri subito bollato come cavernicolo.
Se chiedevi “ma quanto costa?”, eri un egoista.
Se chiedevi “ma dove ricarico?”, eri arretrato.
Se chiedevi “ma chi ci guadagna davvero?”, eri complottista.
Se chiedevi “ma gli operai che fine fanno?”, eri uno che non capisce il futuro.
E adesso eccolo, il futuro.
Volkswagen parla di tagli enormi.
Mercedes riduce costi.
L’automotive tedesco arranca.
L’indotto trema.
E i lavoratori, quelli veri, quelli che non vivono di webinar sulla sostenibilità, si ritrovano con la prospettiva di essere sacrificati sull’altare della transizione.
Però vuoi mettere la soddisfazione morale?
Magari perdi il lavoro, ma lo perdi in modo green.
La favoletta dei posti verdi
Ogni volta che qualcuno fa notare il disastro, arriva sempre la stessa frase magica:
“Nasceranno nuovi posti di lavoro verdi”.
Certo.
Il famoso lavoro verde.
Quella creatura mitologica che appare sempre nei documenti europei ma molto meno nelle buste paga di chi viene lasciato a casa.
L’operaio specializzato che per anni ha lavorato in una filiera complessa viene raccontato come se potesse essere ricollocato con uno schiocco di dita. Basta mettergli davanti una colonnina, dirgli “sostenibilità” tre volte e puff, nuova carriera.
Ma per favore.
Le competenze non si spostano come icone sul desktop.
Le fabbriche non si riconvertono con una frase motivazionale.
Le filiere non nascono perché un commissario europeo ha fatto una conferenza stampa con la faccia intensa.
E soprattutto, un posto perso oggi non diventa automaticamente un posto migliore domani solo perché nel mezzo qualcuno ci ha infilato la parola “verde”.
Questa è propaganda.
Propaganda impacchettata bene, con grafici colorati e linguaggio da consulente strapagato.
Il consumatore non vive dentro una direttiva europea
Poi c’è un altro dettaglio, minuscolo, quasi volgare: la gente compra le auto con i soldi.
Non con le intenzioni.
Non con i buoni sentimenti.
Non con gli obiettivi climatici.
Con i soldi.
E se un’auto elettrica costa troppo, se l’autonomia non convince, se non hai garage, se vivi in condominio, se le colonnine sono poche o scomode, se fai tanti chilometri, se l’usato ti preoccupa, se la batteria ti sembra una spada di Damocle, magari non corri a comprarla solo perché Bruxelles ti ha detto che è moralmente superiore.
Lo so, è sconvolgente.
Il cittadino medio prima di salvare il pianeta guarda il conto corrente.
Che cafone.
E se milioni di persone non comprano quello che tu hai deciso che dovrebbero comprare, il mercato non decolla.
Se il mercato non decolla, le fabbriche soffrono.
Se le fabbriche soffrono, arrivano i tagli.
Ed eccoci qua.
Ma no, figurati. Sarà colpa dei cittadini che non hanno capito abbastanza bene la poesia della presa elettrica.
La Cina ringrazia sentitamente
La parte più comica, se non fosse tragica, è che mentre l’Europa si flagella in nome della virtù climatica, la Cina ringrazia.
Ringrazia davvero.
Perché noi stiamo facendo esattamente quello che conviene ai concorrenti.
Stiamo indebolendo la nostra industria storica.
Stiamo obbligando i nostri produttori a investimenti enormi.
Stiamo aumentando costi e vincoli.
Stiamo puntando su una tecnologia dove altri hanno già costruito filiere fortissime.
Stiamo rendendo il mercato europeo più aperto a chi produce a costi più bassi e con meno zavorre normative.
E poi ci stupiamo se BYD, Geely e compagnia cantante avanzano.
Ma guarda che sorpresa.
È come entrare in una rissa, legarsi una mano dietro la schiena, mettere i pesi alle scarpe e poi lamentarsi perché l’altro mena più forte.
Solo che noi questa roba la chiamiamo “leadership climatica”.
Il resto del mondo la chiama opportunità commerciale.
E ride.
Bruxelles predica, le fabbriche chiudono
Il vero capolavoro europeo è questo: chi decide raramente paga.
Chi scrive i regolamenti non sta alla catena di montaggio.
Chi firma i target climatici non deve spiegare a una famiglia che lo stipendio forse non arriva più.
Chi parla di “riallocazione delle risorse” non vive in una città dove lo stabilimento è l’economia del territorio.
Chi usa parole come “transizione giusta” spesso non ha mai visto una transizione ingiusta da vicino.
Perché quando un impianto chiude, non chiude solo un capannone.
Chiudono vite.
Chiudono fornitori.
Chiudono officine.
Chiudono contratti.
Chiudono prospettive.
Chiude un pezzo di territorio.
Ma dall’alto è tutto più ordinato. Basta dire “fase di adattamento” e il problema sembra quasi elegante.
Nella vita reale si chiama gente che rischia di finire col culo per terra.
Il Green Deal non salva il pianeta se prima distrugge chi produce
La cosa più irritante è che appena critichi il Green Deal arriva il solito esercito dei fedeli:
“Ah, quindi vuoi inquinare?”
No, fenomeno.
Voglio che l’Europa non si suicidi industrialmente mentre il resto del mondo fa affari.
Voglio che una transizione venga gestita con il cervello, non con il libretto delle preghiere climatiche.
Voglio che prima di imporre divieti si costruiscano alternative vere.
Voglio che prima di massacrare un settore si capisca cosa succede a chi ci lavora.
Voglio che l’ambiente non diventi la scusa perfetta per fare politiche economiche da dilettanti con il complesso di superiorità.
Perché qui non siamo davanti a una scelta tra “pianeta pulito” e “fabbriche sporche”.
Siamo davanti a una scelta tra una transizione intelligente e una cazzata ideologica.
E quella europea, per come è stata gestita, assomiglia sempre di più alla seconda.
L’indotto italiano? Naturalmente se la prende in quel posto
Qualcuno potrebbe dire: “Vabbè, Volkswagen è tedesca”.
Sì, certo.
E il temporale si ferma al confine perché ha dimenticato il passaporto.
L’automotive europeo è una rete enorme. Dentro ci sono fornitori, componentistica, stampi, elettronica, meccanica, software, trasporti, logistica, officine, aziende piccole e medie. Anche italiane.
Quando Volkswagen tossisce, l’indotto europeo prende la febbre.
Quando Mercedes taglia, qualcuno da qualche parte perde commesse.
Quando l’industria tedesca rallenta, l’Italia non resta immune, perché abbiamo costruito pezzi interi della nostra manifattura intorno a quelle filiere.
Quindi no, non è “un problema loro”.
È anche un problema nostro.
Solo che qui da noi ci accorgeremo del danno quando arriverà la botta sulle aziende più piccole, quelle che non finiscono nei titoli, quelle che non hanno uffici stampa eleganti, quelle che magari lavorano da anni come fornitori e subfornitori.
E allora tutti a dire: “Bisogna intervenire”.
Prima però bisognava pensarci.
Lo so, pensare prima rovina sempre la sorpresa.
Il capolavoro: la colpa non è mai di chi ha deciso
La sceneggiatura è già pronta.
Quando il Green Deal veniva annunciato, era una visione storica.
Quando arrivano i danni, diventa tutto molto complesso.
Colpa della Cina.
Colpa del mercato.
Colpa della guerra.
Colpa dei tassi.
Colpa dei consumatori.
Colpa dei manager.
Colpa delle batterie.
Colpa del destino.
Colpa probabilmente anche dei tergicristalli.
Tutto tranne una cosa: le scelte politiche europee.
Quelle no.
Quelle sono sempre nobili, sempre giuste, sempre inevitabili, sempre “da correggere ma non da mettere in discussione”.
È fantastico.
Se una politica funziona, è merito loro.
Se fa danni, è colpa della realtà che non ha collaborato.
Un po’ come dare fuoco alla cucina e poi dire che il problema è il fumo.
No, genio.
Il fumo è venuto dopo.
Conclusione: questa non è transizione, è autolesionismo con il logo verde
La vicenda Volkswagen non è solo una notizia sui licenziamenti.
È un segnale grosso come una fabbrica.
Ci raccontavano che il Green Deal avrebbe modernizzato l’Europa, creato lavoro, rilanciato l’industria e salvato il pianeta.
Per ora vediamo fabbriche sotto pressione, posti a rischio, indotto in ansia, concorrenza cinese che avanza e un’Europa che continua a comportarsi come l’unico studente della classe che si dà i compiti extra da solo mentre gli altri copiano e prendono pure voti migliori.
Solo in Europa potevamo trasformare una transizione tecnologica in una penitenza collettiva.
Solo in Europa potevamo indebolire i nostri campioni industriali e poi chiederci perché gli altri ci superano.
Solo in Europa potevamo farci del male da soli e chiamarlo progresso.
Il resto del mondo se la ride.
E noi?
Noi continuiamo a compilare regolamenti, a inventare target, a fare conferenze stampa e a raccontarci che siamo leader.
Leader di cosa, esattamente?
Della fila per farci prendere per il culo.
