Vannacci fuori dal vaso: quando la provocazione diventa autogol
Vannacci fuori dal vaso non è più soltanto una battuta. È diventato quasi un bollettino politico. Perché va bene essere scomodi, va bene parlare chiaro, va bene non inginocchiarsi davanti al santino del politicamente corretto ogni volta che qualcuno tossisce in televisione. Però c’è un limite anche alla voglia di fare il personaggio che entra nella stanza, rovescia il tavolo e poi pretende pure gli applausi per l’arredamento nuovo.
Roberto Vannacci ha avuto un merito, piaccia o non piaccia. Ha intercettato una parte d’Italia che non ne può più di sentirsi spiegare la vita da chi vive nei salotti buoni, parla come un comunicato stampa e poi chiama “odio” qualsiasi opinione non timbrata dal ministero della sensibilità obbligatoria. Su questo, poco da dire. Il fenomeno Vannacci nasce lì: nel fastidio di tanti verso il conformismo, verso le prediche a comando, verso quella superiorità morale da supermercato che ormai trovi in offerta ovunque.
Fin qui, ci siamo.
Il problema è che ultimamente il Generale sembra aver preso gusto non solo a rompere il giocattolo, ma anche a lanciare i pezzi addosso a chi passa. E allora il discorso cambia. Perché una cosa è dire cose scomode. Un’altra è dire cose nel modo più ruvido, più facile da travisare e più comodo per regalare munizioni agli avversari.
Ecco, Vannacci in questi giorni la sta facendo un po’ troppo fuori dal vaso.
La prima scena è quella di Futuro Nazionale, il nuovo contenitore politico con cui Vannacci prova a costruire qualcosa alla sua destra, o comunque più a destra di chi oggi governa e secondo lui si è ammorbidito troppo. Anche qui, l’idea può avere un suo pubblico. C’è gente che guarda il centrodestra attuale e pensa: belli gli slogan, ma poi a Bruxelles votate come quelli che insultate nei comizi. È una critica politica, non una bestemmia.
Poi però arriva il modo in cui la cosa viene servita.
“Siamo la feccia, i figli di nessuno e fierissimi di esserlo”. Frase potente, certo. Frase da palco, da applauso, da urlo collettivo. Però anche frase da titolo perfetto per chi non aspetta altro che dipingerti come il capo tribù degli impresentabili. E magari lui voleva dire: siamo quelli scartati dai salotti, quelli che non hanno padrini, quelli che non vengono invitati dove si decide cosa è rispettabile e cosa no. Il concetto può pure funzionare. Ma se lo incarti con la parola “feccia”, poi non fare la faccia stupita se i giornali aprono il pacco e ci fanno la festa.
La politica è anche comunicazione. Non è solo avere ragione dentro la propria testa. Bisogna anche evitare di presentarsi all’avversario con il bersaglio già disegnato sulla giacca.
Poi arriva “Italia agli italiani”. Altro giro, altra bomba lanciata nella stanza. Se il senso è dire che uno Stato deve prima occuparsi dei propri cittadini, che l’immigrazione va governata e non subita, che i confini non sono una decorazione natalizia, benissimo. Sono temi veri. Temi che una certa sinistra finge di non vedere finché non le esplodono sotto casa, e allora improvvisamente scopre che forse qualche regola serve.
Ma anche qui, il problema è sempre lo stesso: detta così, “Italia agli italiani” non apre un ragionamento. Accende un incendio. È una frase che sai già come verrà usata, sai già dove verrà infilata, sai già quale processione di indignati partirà il mattino dopo. E allora delle due l’una: o non te ne rendi conto, e sarebbe grave; oppure te ne rendi conto benissimo, e allora stai scegliendo la polemica come carburante principale.
Funziona? Sì, nel breve periodo funziona. Ti porta titoli, visibilità, applausi, gente che dice “finalmente uno che parla chiaro”. Però a forza di parlare chiaro con il megafono puntato dentro una cristalleria, alla fine non resta molto da discutere. Restano i cocci.
E poi c’è stata l’uscita sul femminicidio. Qui il discorso cambia ancora, perché non siamo più nel solito campo minato del politicamente corretto, delle formule identitarie, dei salotti che svengono appena sentono odore di patria. Qui si parla di donne uccise. Si parla di un tema pesante, doloroso, pieno di casi che hanno segnato famiglie e opinione pubblica. E quando entri in un campo così, magari un minimo di precisione in più e un po’ meno voglia di fare il fenomeno non guasterebbero.
Vannacci ha sostenuto che il femminicidio non esiste come reato distinto, perché sarebbe un omicidio come tutti gli altri. Il ragionamento, nella sua forma più pulita, è questo: uomini e donne sono uguali davanti alla legge, quindi il valore della vittima non dovrebbe cambiare in base al sesso, al colore della pelle o alla religione. Messa così, può essere una discussione giuridica. Si può parlare di diritto penale, di aggravanti, di fattispecie autonome, di uguaglianza formale davanti alla legge. È un tema su cui si può discutere senza per forza svenire sul divano.
Il problema è che Vannacci non la mette mai giù così. O meglio, magari il ragionamento sotto c’è, ma viene consegnato al pubblico con la grazia di uno che parcheggia un blindato in salotto.
Dire “il femminicidio non esiste” non è una finezza giuridica. È una frase che sembra costruita apposta per far saltare tutti sulla sedia. E infatti tutti saltano sulla sedia. Gli avversari politici, i giornali, i commentatori, quelli che aspettano la frase sbagliata come i gatti aspettano il tonno. E a quel punto non si discute più del tema. Si discute di Vannacci. Di nuovo.
Che poi è il punto centrale di tutta questa storia.
Vannacci parte spesso da questioni che hanno un fondo reale. La sicurezza. L’immigrazione. La sovranità. La stanchezza verso il politicamente corretto. La sensazione di tanti cittadini di essere trattati come comparse mentre qualcun altro decide cosa devono pensare, dire e perfino provare. Sono temi veri, altro che storie.
Ma se ogni tema vero viene trasformato in una frase da rissa mediatica, alla fine il tema sparisce e resta solo la rissa. E nella rissa vince chi urla meglio, non chi ragiona meglio.
Sul femminicidio, per esempio, poteva dire una cosa diversa. Poteva dire: attenzione a non trasformare il diritto penale in una classifica morale delle vittime. Poteva dire: l’omicidio è già il reato massimo contro la persona e va punito con durezza, sempre. Poteva dire: proteggere le donne dalla violenza è sacrosanto, ma bisogna farlo con strumenti seri, non solo con parole simboliche da conferenza stampa. Sarebbe stata una posizione discutibile, magari contestabile, ma almeno avrebbe costretto qualcuno a entrare nel merito.
Invece no. “Il femminicidio non esiste”. Titolo pronto, polemica servita, dibattito morto prima ancora di iniziare.
E allora viene il dubbio che il Generale non voglia davvero aprire un discorso, ma dominare la scena. Che è un’altra cosa.
La stessa dinamica si è vista anche con la Costituzione “antifascista”. Dire “non mi risulta, mi dica l’articolo” può funzionare davanti a chi ti segue già, perché sembra la risposta furba, secca, da duello televisivo. Però fuori dalla tua platea suona come una provocazione fatta apposta per far ripartire il festival dell’antifascismo da salotto. E infatti riparte. Con le solite facce, le solite frasi, le solite mani nei capelli di gente che da anni vive benissimo agitando fantasmi, purché siano fantasmi politicamente comodi.
Ora, sia chiaro: non sto dicendo che Vannacci debba diventare un moderato da aperitivo, uno di quelli che prima di dire “buongiorno” controllano se la parola offende qualche categoria immaginaria. Sarebbe ridicolo. E sarebbe anche la fine del suo personaggio politico.
Il punto è un altro.
Se vuoi costruire qualcosa, non puoi vivere solo di provocazione. Se vuoi fare politica, non puoi confondere sempre il coraggio con la sparata. Se vuoi rappresentare chi è stufo del conformismo, devi evitare di diventare la caricatura perfetta che il conformismo userà contro di te.
Perché la sinistra, o comunque tutto quel mondo lì che campa di indignazione programmata, non aspetta altro. Ha bisogno del cattivo. Ha bisogno del mostro. Ha bisogno del fascista di turno, possibilmente in divisa, possibilmente con frase ruvida incorporata, così il copione è già scritto e non bisogna nemmeno fare fatica. Vannacci dovrebbe saperlo meglio di tutti. E invece spesso sembra presentarsi direttamente con il fiocco in testa.
Così facendo, rischia di trasformare ogni battaglia politica in una discussione sulla sua ultima frase. Non si parla più di Europa. Si parla di Vannacci. Non si parla più di immigrazione. Si parla di Vannacci. Non si parla più di sicurezza. Si parla di Vannacci. Non si parla più nemmeno del femminicidio come questione giuridica o sociale. Si parla di Vannacci che ha detto che non esiste.
E questa, politicamente, è una trappola. Anche se sul momento sembra una vittoria.
Perché il personaggio che scandalizza funziona finché scandalizza. Poi, a un certo punto, diventa prevedibile. E quando diventi prevedibile, anche la provocazione perde forza. Diventa una routine. Frase forte, indignazione, replica, applausi dei fedelissimi, titoli, ospitate, altra frase forte. Una lavatrice in centrifuga con dentro bandiere, microfoni e un paio di anfibi.
Il problema vero non è che Vannacci faccia arrabbiare i suoi avversari. Quelli si arrabbiano comunque. Anche se domani dicesse che l’acqua è bagnata, qualcuno troverebbe il modo di accusarlo di idrofobia istituzionale. Il problema è che rischia di stancare anche chi aveva visto in lui qualcosa di utile: una voce fuori dal coro, non un jukebox della polemica permanente.
La gente normale non chiede un politico educato come il maître di un hotel. Chiede uno che dica cose chiare, sì, ma anche uno che sappia scegliere le battaglie. Perché se spari sempre, prima o poi non fai più paura. Fai solo rumore.
E il rumore, dopo un po’, rompe.
Vannacci piace quando prende certe liturgie moderne e le smonta senza chiedere permesso. Piace quando dice che la sovranità non è una parolaccia, che i confini esistono, che non tutto deve essere deciso da Bruxelles, che l’immigrazione non può essere gestita come una tombolata umanitaria permanente. Piace quando ricorda a una certa politica che gli italiani non sono un fastidio amministrativo tra una direttiva europea e una campagna social.
Ma proprio per questo dovrebbe evitare di buttare tutto dentro la betoniera della frase estrema.
Perché una provocazione ben piazzata apre una crepa. Una provocazione continua, invece, diventa arredamento. Dopo un po’ nessuno la nota più, se non per usarla contro di te.
E qui torniamo al vaso.
Vannacci la sta facendo un po’ troppo fuori dal vaso non perché debba piacere ai salotti televisivi. Non perché debba farsi accarezzare da chi lo detesta per mestiere. Non perché debba diventare simpatico a chi lo odierebbe anche se andasse in giro a distribuire biscotti integrali e pensieri gentili.
La sta facendo fuori dal vaso perché rischia di buttare via il suo vantaggio più grande: essere percepito come uno che rompe il conformismo. Se invece diventa uno che cerca ogni volta il titolo più incendiario, allora non rompe più il conformismo. Lo alimenta. Gli dà esattamente quello che vuole.
E sarebbe un peccato, perché sotto il rumore qualche tema serio c’è davvero.
Solo che, se continui a suonare la fanfara a tutto volume, poi non lamentarti se nessuno ascolta la musica.
