Le ginocchiere, il rispetto per le donne e la solita sinistra a corrente alternata
Alla fine bastava una parola. Una sola. “Ginocchiere”. Ed ecco che tutto il grande teatro del rispetto, dell’inclusione, della dignità femminile, del linguaggio corretto e delle lacrime istituzionali sulle donne offese si è accartocciato come una tovaglia di carta dopo una grigliata.
Il caso è quello dell’intervento del deputato Francesco Silvestri, M5S, rivolto a Giorgia Meloni durante la replica alle comunicazioni al Parlamento. Il senso del suo attacco era politico, almeno nella confezione ufficiale: Meloni sarebbe troppo allineata a Trump, Netanyahu, alla NATO, alle spese militari e via dicendo. Fin qui, per carità, siamo nella normale arena politica. Si può essere d’accordo, contrari, annoiati, irritati o già mentalmente al bar.
Poi però arriva la frase: Meloni non avrebbe “rialzato la schiena”, ma avrebbe “semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”.
E lì, signori miei, il livello del confronto istituzionale ha fatto un bel tuffo di testa dentro il tombino.
Ora, possiamo anche fingere tutti di essere nati ieri, ma la parola “ginocchiere” detta in quel contesto, rivolta a una donna, non è esattamente una raffinata metafora geopolitica uscita da un seminario di diritto internazionale. È una frase sporca, ambigua quanto basta, volgare quanto serve e comoda quanto una scusa scritta male. Poi naturalmente arriva sempre quello che ti spiega che no, non hai capito, era solo una critica alla subalternità politica. Certo. E io sono il Dalai Lama con la tessera punti dell’autogrill.
Meloni ha risposto alzando il tono, e sinceramente ha fatto bene. Ha detto, in sostanza, che quello che non riescono ad accettare è che ci sia una persona arrivata dov’è arrivata senza indossare ginocchiere, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie. E ha aggiunto una cosa che, secondo me, è il cuore vero della faccenda: dà fastidio che la prima donna Presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra, perché loro non sono stati capaci di proporla.
E qui si apre il meraviglioso luna park dell’ipocrisia.
Perché questa è la stessa area politica che passa la vita a farci lezioni sul rispetto delle donne. Ci spiegano come parlare, quali parole usare, quali evitare, dove mettere gli asterischi, quando indignarci, quanto indignarci e possibilmente anche con quale espressione facciale. Se sbagli una vocale sei praticamente un bruto medievale con il randello. Però poi, appena la donna da colpire non è della loro parte, improvvisamente si spalancano le finestre e vola dentro qualunque cosa.
Rispetto per le donne, certo. Ma solo se sono donne giuste. Donne approvate. Donne certificate dal comitato centrale dell’indignazione progressista. Se invece una donna è di destra, allora diventa materiale da insulto politico, da allusione, da battutina, da “ma no, era solo una metafora”. Eh già, la famosa metafora con il fango attaccato sotto le scarpe.
Io lo dico senza troppi giri: questa cosa mi dà fastidio. E non perché io sia innamorato della Meloni. Non lo sono. Non ho il santino sul comodino, non mi alzo la mattina cantando l’inno davanti alla sua foto e non condivido parecchie cose del suo governo. Ma proprio per questo la questione è ancora più semplice: si può criticare una persona senza scendere nella fogna. Basta volerlo.
Evidentemente per qualcuno è uno sforzo titanico.
Il bello, poi, è che nello stesso passaggio Meloni ha ricordato anche un’altra scena surreale: l’indignazione per il fatto che qualcuno si rivolgesse a lei chiamandola “signor presidente”. Ecco, lì la sensibilità era prontissima. Le antenne dritte, il radar acceso, la sirena morale già calda. Però quando un collega parla di ginocchiere, pare che il problema diventi improvvisamente più complesso, più sfumato, più interpretabile. Come no. Una nebbia etica a comando.
Questo è il punto: non si può essere femministe con il telecomando. Non si può accendere la difesa delle donne quando conviene e spegnerla quando la donna non rientra nel recinto ideologico. O il rispetto vale sempre, oppure è solo propaganda con la permanente.
E infatti la reazione è stata uno spettacolo nello spettacolo. Da una parte indignazione vera, con Fratelli d’Italia che ha chiesto sanzioni e ha parlato di allusioni sessiste e degradanti. Dall’altra il classico muro di gomma. Giuseppe Conte ha difeso Silvestri dicendo che non c’era nessuna offesa personale, che era una critica alla subalternità. Tradotto: tranquilli, non è letame, è concime democratico.
Perfetto. Basta cambiare etichetta e la puzza dovrebbe sparire.
Anna Ascani, che presiedeva l’Aula, ha poi detto di non aver colto quel senso nelle parole di Silvestri e si è scusata per non essere intervenuta. Almeno una presa d’atto, seppur tardiva. Ma resta il fatto che quando certe parole passano, e magari raccolgono pure applausi, il problema non è solo chi le dice. È tutto il clima che le rende possibili, tollerabili e poi difendibili con la solita faccia da “avete capito male voi”.
No, non abbiamo capito male. Abbiamo capito benissimo.
Il problema è che la sinistra, e il mondo che le gira intorno, vive spesso in questa contraddizione ridicola: si presenta come custode suprema della dignità femminile, ma appena davanti ha una donna non allineata, la dignità finisce nello sgabuzzino insieme alle promesse elettorali. Giorgia Meloni può piacere o non piacere, può essere criticata su tutto, dalle scelte economiche alla politica estera, dalla comunicazione ai rapporti internazionali. Ma resta una donna che ha vinto le elezioni, guida un governo ed è arrivata a Palazzo Chigi passando dal voto, non da un casting di simpatia progressista.
Ed è proprio questo che manda in cortocircuito certa gente. Non riescono a digerire che la prima donna premier italiana non sia uscita dal loro laboratorio. Non è nata dalla loro narrazione. Non è il prodotto finale della loro superiorità morale. È arrivata da destra, e questa cosa per loro è una bestemmia politica.
Così il rispetto diventa selettivo. Le donne vanno difese, ma solo quelle di sinistra. Le offese sono gravi, ma solo se colpiscono il campo giusto. Le parole contano, ma solo quando le pronuncia l’avversario. Quando invece la frase scappa da uno dei propri, allora parte il festival della contestualizzazione. Tutti improvvisamente diventano fini linguisti, esperti di semantica, custodi del “non voleva dire quello”. Una roba da farsi venire il mal di testa, o direttamente da sbattere la fronte sul tavolo, che almeno il dolore ha una causa chiara.
Ecco perché questa storia delle ginocchiere non è solo una polemica parlamentare. È una fotografia. Brutta, ma molto nitida. Mostra una politica che predica rispetto e poi razzola nell’insulto. Mostra chi parla di donne come categoria da proteggere, ma solo se votano bene. Mostra il femminismo a corrente alternata, quello che funziona benissimo quando c’è da attaccare il maschio cattivo di destra, ma va misteriosamente in manutenzione quando a essere colpita è una donna di destra.
Che poi, diciamolo, basterebbe poco. Basterebbe dire: “Frase sbagliata, punto”. Non serve una conferenza internazionale sui massimi sistemi. Non serve arrampicarsi sugli specchi con le mani unte. Non serve spiegare che la metafora era politica, sociale, posturale, spirituale o magari ispirata allo yoga parlamentare. Bastava condannarla.
Ma evidentemente anche questo è troppo, quando c’è di mezzo la persona sbagliata.
Io continuerò a non essere un devoto della Meloni. Continuerò a criticarla quando riterrò che ci sia da criticarla. Ma questa abitudine di trattare le donne come bandiere da sventolare solo quando appartengono alla propria squadra mi fa venire l’orticaria. Perché non è rispetto. Non è uguaglianza. Non è inclusione.
È tifo da curva con il profumo scadente della morale.
Quindi la prossima volta che qualcuno della grande compagnia del rispetto universale salirà sul pulpito a spiegarmi come si difendono le donne, magari mi ricorderò di questa storia. Delle ginocchiere, degli applausi, delle scuse arrivate dopo, delle difese d’ufficio e del solito teatrino del “non avete capito”.
Abbiamo capito, invece.
Abbiamo capito che per certi campioni dell’inclusione le donne sono tutte uguali, ma alcune sono molto meno uguali delle altre.
