Le quote arcobaleno Toscana sono la nuova perla della settimana. Non perché la formazione professionale sia un problema, ci mancherebbe. Il problema è quando un bando pubblico riesce a trasformare un corso di lavoro in una specie di tombola identitaria, dove prima ancora di chiederti cosa sai fare bisogna capire in quale casella del catalogo umano ti vogliono infilare.
La notizia è questa: in Toscana, Regione guidata da Eugenio Giani, un progetto di formazione professionale avrebbe previsto una riserva del 50% per “donne, persone non binarie e transgender”. Il tutto dentro un percorso finanziato con soldi pubblici.
E qui parte l’applauso. Non quello convinto. Quello lento, sarcastico, con lo sguardo perso nel vuoto.
Perché ormai siamo arrivati a questo: non basta più parlare di competenze, lavoro, formazione, opportunità. No. Bisogna aggiungere la salsa ideologica sopra, altrimenti il piatto non esce dalla cucina del progressismo creativo.
La parità di genere, ma col manuale delle istruzioni scritto da un comitato del lunedì mattina
La parità tra uomini e donne nel lavoro è una cosa seria. Serissima.
Differenze salariali, difficoltà di carriera, maternità trattata come fastidio aziendale, ambienti lavorativi tossici: sono temi reali, mica barzellette da bar.
Poi però arriva la politica con la sua abilità straordinaria: prendere un tema serio e impacchettarlo in modo talmente grottesco da farlo sembrare una puntata pilota di “Burocrazia e unicorni”.
Perché se il punto è aiutare chi ha meno possibilità di accesso al lavoro, va benissimo. Se il punto è formare persone e creare competenze, ottimo. Se il punto è correggere squilibri reali, parliamone.
Ma quando si mette tutto nello stesso secchio, “donne, trans e non binari”, come se fossero una categoria amministrativa unica, allora non è più inclusione. È un minestrone ideologico con la carta intestata.
Donne, trans, non binari: tutti insieme appassionatamente
Il passaggio comico, si fa per dire, è proprio questo.
Le donne, cioè metà della popolazione mondiale, vengono infilate nello stesso contenitore con persone transgender e non binarie. Non per aprire una discussione seria, ma per costruire una riserva di posti.
Così, in nome dell’inclusione, si crea l’ennesima corsia preferenziale. E naturalmente guai a far notare che forse, ma dico forse, la meritocrazia dovrebbe ancora avere un piccolo spazio nella conversazione.
Piccolo eh. Non troppo. Altrimenti qualcuno si offende e parte il corso obbligatorio di rieducazione emotiva.
La domanda è semplice: stiamo aiutando davvero le persone o stiamo solo costruendo nuove etichette da mettere nei bandi?
Perché qui il rischio è sempre lo stesso: più che abbattere barriere, se ne creano di nuove. Solo che stavolta hanno il logo giusto, le parole giuste e il timbro giusto.
Il capolavoro: l’inclusione che divide
La cosa buffa, o tragica, dipende da quanto caffè avete bevuto, è che queste iniziative nascono sempre con le migliori intenzioni dichiarate.
Inclusione. Pari opportunità. Accesso al lavoro. Contrasto alle discriminazioni.
Tutte parole belle. Talmente belle che ormai vengono usate come il prezzemolo: stanno dappertutto, anche dove iniziano a coprire il sapore del piatto.
Il risultato però è che, invece di trattare le persone come individui, le si tratta come pacchetti da classificare.
Tu chi sei?
Che competenze hai?
Che esperienza porti?
Che motivazione hai?
No, aspetta. Prima compila il modulo identitario. Poi vediamo.
E intanto il cittadino normale guarda tutto questo e pensa: “Scusate, ma io per lavorare devo imparare un mestiere o devo prima capire in quale sotto-commissione antropologica rientro?”
La sinistra e quella passione per le categorie protette anche quando non servono
La sinistra su questi temi ormai sembra avere un riflesso automatico.
Vede una categoria? La protegge.
Vede un’identità? La quota.
Vede una differenza? La trasforma in bando.
Vede un problema concreto? Ci mette sopra tre acronimi, due delibere e un convegno.
Poi si stupisce se una parte della gente non la segue più.
Ma davvero?
Il lavoro dovrebbe essere il posto dove dimostri quello che sai fare, non dove entri con il pass ideologico al collo. E invece no: bisogna sempre aggiungere quel tocco da laboratorio woke, dove ogni misura pubblica sembra scritta da qualcuno che vive in una riunione permanente con le sedie disposte in cerchio.
E sia chiaro: il punto non è prendersela con le persone transgender o non binarie. Il punto è prendersela con chi usa le persone come bandierine da piantare dentro un documento pubblico per sentirsi più moderno, più buono, più avanti.
Avanti dove, non si sa. Ma avanti.
128mila euro e la solita domanda antipatica
Il progetto, secondo quanto riportato, sarebbe finanziato con 128mila euro.
Ora, 128mila euro non sono una cifra con cui rifai il mondo. Però non sono nemmeno gli spiccioli trovati nel cruscotto della Panda.
E allora la domanda antipatica va fatta: questi soldi servono a formare davvero persone da inserire nel mondo del lavoro oppure servono anche a finanziare l’ennesima liturgia dell’inclusione burocratica?
Perché quando si parla di soldi pubblici, il problema non è solo “quanto”. È “per fare cosa”.
Se il corso crea competenze vere, bene. Se prepara persone a lavorare, bene. Se aiuta aziende e lavoratori a migliorare, benissimo.
Ma se dentro ci infili la riserva ideologica, allora la discussione cambia. Perché non stai più parlando solo di formazione. Stai dicendo che l’accesso deve passare anche da una classificazione identitaria.
E questa non è uguaglianza. È amministrazione creativa del caos.
La cazzata della settimana è servita
Questa settimana il premio va quindi alla Toscana delle quote arcobaleno.
Non perché parlare di parità sia sbagliato. Non perché combattere discriminazioni sia inutile. Non perché la formazione non serva.
Il premio arriva perché, ancora una volta, si prende un tema serio e lo si trasforma in una specie di presepe ideologico, con tutte le statuine al posto giusto.
La donna.
La persona transgender.
La persona non binaria.
Il bando.
Il finanziamento.
Il patrocinio.
La parola “inclusione” messa lì come il basilico sulla pasta.
E alla fine, in mezzo a tutto questo, il lavoro vero rischia di diventare un dettaglio. Una comparsa. Una nota a piè pagina.
La cosa più assurda è che poi questi si offendono se qualcuno ride.
Ma come si fa a non ridere?
Quando la politica prende la realtà, la smonta, la rimonta male e poi la presenta come progresso, non resta molto altro da fare.
Si ride.
Un po’ amaro, certo.
Ma si ride.
Perché se questa è inclusione, allora la meritocrazia è uscita un attimo a fumare e non è più rientrata.
Fonti consultate
- Il Tempo – articolo del 25 giugno 2026 sul bando toscano con quote per donne, persone transgender e non binarie.
- Regione Toscana – pagina sui finanziamenti per interventi di formazione propedeutici alla certificazione di parità di genere.
- Toscana Notizie – comunicazione regionale sui 400mila euro destinati alla formazione per la certificazione di parità di genere.
