Non leggete un cazzo e commentate lo stesso

 

Non leggete un cazzo e commentate lo stesso. Lo dico subito, così almeno chi si fermerà al titolo potrà fare esattamente quello che faccio notare nell’articolo, regalandomi una soddisfazione che nemmeno avevo chiesto.

Il punto però va chiarito, perché altrimenti sembra che io sia qui a lamentarmi, a cercare confronto, a pretendere discussioni ordinate e magari anche un minimo di comprensione del testo. No, tranquilli. Quella fase è passata da un pezzo. Io il blog l’ho aperto specificando una cosa molto semplice: il dibattito è scaduto, il confronto è superato e non perché mi senta obbligato a convincere qualcuno, ma perché ho capito benissimo con che tipo di fauna bisogna avere a che fare.

E infatti non mi interessa accusare nessuno. Sarebbe già dargli troppa importanza. Mi interessa più che altro osservarli mentre fanno la solita figura da deficienti, possibilmente indicando il fenomeno con il dito, così magari qualcuno, tra un moto d’indignazione e una crisi da tastiera, riesce perfino a riconoscersi.

Non ci conto, sia chiaro. Però ogni tanto mi diverto.

Il titolo non è l’articolo, anche se per molti è già troppa roba

Una volta il titolo serviva a introdurre un contenuto. Oggi, per parecchia gente, il titolo è diventato tutto il contenuto, con buona pace dei paragrafi sotto, che evidentemente sono lì per arredare la pagina e disturbare lo scroll del telefono.

Il meccanismo è sempre quello: uno legge il titolo, decide di aver capito tutto, si indigna, commenta e si sente pure parte del grande dibattito pubblico. In realtà ha solo fatto una sgommata mentale davanti a uno schermo, ma vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi intelligenti senza dover affrontare la fatica di leggere?

La cosa più comica è che spesso dentro l’articolo c’è già il chiarimento che stanno chiedendo. Magari ho già spiegato la distinzione che mi viene urlata addosso nei commenti. Magari ho già scritto, parola più parola meno, quello che il fenomeno di turno mi sta “spiegando” con l’aria di chi ha appena riportato la luce nelle caverne.

Solo che lui non lo sa, perché per saperlo avrebbe dovuto leggere. E lì, evidentemente, si apre un problema tecnico.

Io non cerco il confronto, osservo il disastro

Questo è il punto che molti non capiscono, anche perché per capirlo bisognerebbe leggere almeno due righe senza partire subito con la sirena dell’indignazione. Io non sto cercando di convincere chi commenta senza leggere. Non sto cercando un tavolo di confronto, una replica civile, una convergenza di vedute o altre espressioni da convegno con l’acqua minerale sul tavolo.

Io mi limito a guardare.

Guardo gente che si ferma al titolo e poi fa polemica su quello che immagina ci sia scritto sotto. Guardo persone che entrano nei commenti per correggere una frase che nell’articolo era già stata spiegata meglio di come la stanno ripetendo loro. Guardo quelli che non hanno capito il testo, ma hanno già deciso che il problema è il testo.

E in tutto questo non mi arrabbio neanche più. Al massimo prendo appunti, perché certi commenti sono materiale gratuito. Sono la dimostrazione pratica dell’articolo, la prova vivente che non serve inventarsi niente: basta lasciar parlare chi non ha letto.

La polemica preventiva, cioè il cervello in modalità pilota automatico

Ormai il commentatore da titolo si riconosce dopo due righe. Non legge per capire, legge per trovare un motivo per incazzarsi, e quando il motivo non c’è se lo costruisce con grande entusiasmo e scarsissima manutenzione mentale.

Scrivo che non tutti i casi sono uguali e arriva quello che commenta come se avessi detto che sono tutti identici. Scrivo che bisogna distinguere e spunta quello che mi accusa di non voler distinguere. Scrivo che il problema non è X ma Y, e puntuale arriva il genio che scrive: “Basta dare sempre la colpa a X”.

A quel punto non siamo più davanti a un fraintendimento. Siamo davanti a uno che ha deciso prima cosa voleva contestare e poi ha usato l’articolo come pretesto, senza troppo disturbo da parte del contenuto reale. Una forma di bricolage dell’indignazione: prendi due parole, ci attacchi sopra un pregiudizio, mescoli male e servi caldo nei commenti.

Io dovrei discutere con questa roba? No, grazie. Preferisco guardarla passare, come si guarda un temporale quando si è al coperto.

“Ho letto abbastanza”, la resa ufficiale davanti a un testo

Una delle frasi più belle, si fa per dire, è “ho letto abbastanza”. Di solito significa che uno ha letto il titolo, forse le prime due righe, poi ha deciso che il resto era superfluo perché ormai l’indignazione aveva già timbrato il cartellino.

“Ho letto abbastanza” non è una prova di comprensione, è una dichiarazione di resa. È il momento in cui uno confessa, senza rendersene conto, che non ha voglia di capire ma vuole comunque commentare. Che poi è la sintesi perfetta di questi tempi: non so, non ho letto, però adesso vi spiego.

E sia chiaro, nessuno è obbligato a leggere tutto quello che scrivo. Ci mancherebbe. La vita è breve, il tempo è poco e ognuno ha i suoi drammi personali. Però se non leggi, magari evita di fare il chirurgo del pensiero altrui con il cucchiaino del caffè.

Quando mi spiegano cosa volevo dire io

Poi ci sono quelli che non solo non leggono, ma mi spiegano pure cosa volevo dire. Questa categoria meriterebbe un premio a parte, possibilmente consegnato da qualcuno che abbia almeno superato la prova del dettato in terza elementare.

Io scrivo una cosa, loro ne leggono un’altra nella propria testa e poi si arrabbiano con me per la cosa che si sono inventati. A quel punto io divento quasi inutile, perché possono fare tutto da soli: immaginare, indignarsi, accusare e sentirsi superiori. Un ciclo completo, autosufficiente, ecologico quasi. Peccato per il risultato, che di solito è una stupidaggine con le gambe.

Quando poi faccio notare che quella cosa non l’ho scritta, arriva la frase capolavoro: “Eh, però si capiva”. No, non si capiva. Te la sei raccontata. Hai preso una frase, ci hai appiccicato sopra il tuo pregiudizio del momento e poi hai deciso che quel mostriciattolo fosse il mio pensiero.

Complimenti per la creatività, ma almeno non pretendere che me ne assuma la paternità.

Dopo anni, quelli che rompono di più spesso arrivano da sinistra

Dopo anni passati a leggere commenti, messaggi, reazioni isteriche e lezioncine non richieste, una cosa la posso dire senza troppi giri: quelli che rompono di più le scatole sono spesso quelli di sinistra.

Non tutti, naturalmente, perché già immagino il primo che legge metà frase, inciampa sulla parola “sinistra” e parte con il processo per generalizzazione aggravata. Parlo di quella sinistra da tastiera che riesce nell’impresa quasi artistica di contestarmi anche quando scrivo una cosa che, in teoria, dovrebbe piacere a loro.

Scrivo che bisognerebbe difendere chi è più debole e arriva quello che mi spiega che non ho capito niente dei diritti. Scrivo che certi media manipolano e spunta quello che mi accusa di fare propaganda, perché evidentemente la propaganda è tale solo quando non la fa la squadra giusta. Scrivo che la gente dovrebbe usare la propria testa e sembra che abbia proposto di bruciare una biblioteca con dentro Gramsci, Eco e il regolamento del circolo ARCI.

La verità è che per certi personaggi non conta più cosa scrivo, conta chi pensano che io sia. Se hanno deciso che sto dalla parte sbagliata, posso anche dire una cosa sensata, condivisibile o perfino progressista: niente da fare, devono contestare lo stesso. È un riflesso automatico, come il ginocchio quando il medico batte col martelletto, solo con più presunzione e meno utilità.

E la parte migliore è quando mi accusano di non capire l’italiano mentre stanno dimostrando, parola dopo parola, di aver perso una battaglia corpo a corpo con un periodo semplice. Perché spesso il problema sta tutto lì: non leggono, non capiscono o capiscono solo quello che conferma la sentenza che avevano già scritto in testa prima ancora di aprire l’articolo.

La comprensione del testo non è un optional decorativo

A me va benissimo che qualcuno non sia d’accordo. Il punto è che non mi interessa più discutere con chi parte già convinto di aver capito tutto senza aver letto niente. C’è una differenza enorme tra contestare un’idea e contestare una cosa che non è mai stata scritta, ma questa differenza richiede una minima dimestichezza con l’italiano, quindi capisco che per alcuni sia già una salita impegnativa.

Leggere un articolo non è scalare l’Everest. Non servono sherpa, bombole d’ossigeno e campo base. Basta arrivare in fondo a qualche paragrafo prima di partire con la tastiera in modalità mitragliatrice. E se proprio non se ne ha voglia, che può capitare, almeno si abbia l’umiltà di non fare il grande interprete del pensiero altrui dopo aver visto solo la locandina.

Invece siamo arrivati a gente che parla di un articolo come se lo avesse letto, mentre in realtà ha letto il titolo, due commenti sotto e forse una frase pescata a caso. È come recensire un film dopo aver visto il trailer con l’audio basso mentre si stava scolando la pasta.

Il commento indignato spesso si denuncia da solo

La cosa comoda, almeno, è che certi commenti si riconoscono subito. Non devo nemmeno chiedere se l’articolo è stato letto, perché l’attacco è quasi sempre lo stesso: “Quindi stai dicendo che…”. E no, molto spesso non sto dicendo quello. L’ho scritto, che è diverso, e se uno avesse letto arriverebbe alla conclusione senza passare dal reparto fantasia.

Poi c’è quello che entra, spara due righe piene di livore, sbaglia completamente bersaglio e se ne va convinto di avermi demolito. In realtà non ha demolito niente, ha solo parcheggiato male il cervello e lasciato il motore acceso.

Ma, ripeto, non è che la cosa mi tolga il sonno. Al contrario, mi conferma ogni volta perché il confronto non mi interessa. È difficile confrontarsi con qualcuno che prima dovrebbe riuscire a superare l’ostacolo preliminare del testo scritto.

Il problema non sono i titoli provocatori

So già che qualcuno dirà: “Eh, ma se fai titoli provocatori poi la gente reagisce”. Certo che reagisce, ed è anche normale. Un titolo serve pure a provocare, a prendere per il bavero, a far entrare chi passa distratto. Però sotto il titolo c’è l’articolo, e se uno decide di fermarsi alla porta e poi pretende di giudicare tutta la casa, il problema non è il campanello.

Il titolo può essere secco, ironico, cattivo, persino antipatico. Ma il senso del discorso sta nel testo, non nella scintilla che lo accende. Se ti fermi alla scintilla e poi vieni a spiegarmi com’è fatto l’incendio, forse il problema non è il mio titolo, ma la tua fretta di sentirti chiamato in causa.

E se ti senti chiamato in causa da un titolo che dice “non leggete un cazzo e commentate lo stesso”, magari due domande fattele. Anche una sola, non esageriamo.

“Non ho letto tutto, però…”

“Non ho letto tutto, però” è una frase che dovrebbe essere seguita da silenzio, non da un commento. Se non hai letto tutto, magari quel “però” puoi anche tenerlo in tasca, perché non è obbligatorio intervenire ogni volta. Nessuno ti multa se vedi un articolo e decidi di non dire la tua, anzi, in certi casi sarebbe un piccolo gesto di igiene pubblica.

Ma la tentazione è troppo forte. Bisogna correggere, spiegare, illuminare l’autore su ciò che l’autore stesso avrebbe scritto. È una specie di servizio civile non richiesto, spesso svolto da gente che fatica a distinguere una subordinata da un sottobicchiere, ma con una sicurezza granitica che farebbe invidia a un venditore di enciclopedie negli anni Ottanta.

Alla fine non devo convincervi, mi basta mostrarvi lo specchio

Alla fine il punto è questo: io non devo convincervi. Non devo portarvi dalla mia parte, non devo educarvi, non devo salvarvi dal titolo letto male e nemmeno accompagnarvi per mano dentro l’articolo come si fa con i bambini al primo giorno di scuola.

Mi basta mostrarvi lo specchio.

Non leggete, commentate, fraintendete, vi indignate e spesso finite per contestare esattamente quello che era già scritto. Io lo noto, lo indico e ci rido sopra, perché prendersela davvero sarebbe uno spreco di energie che preferisco dedicare a cose più utili, tipo fissare il muro o aspettare che il caffè salga.

Se poi qualcuno si riconosce e si offende, pazienza. Magari è già un piccolo passo avanti: almeno per una volta ha capito qualcosa, anche se probabilmente non l’articolo.

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