La rubrica di solito aspetta il weekend, ma questa settimana abbiamo deciso di chiudere le iscrizioni in anticipo per manifesta superiorità della concorrenza.
Pensavo sinceramente che dopo la mazzata presa da Biancaneve qualcuno a Hollywood si fosse fermato cinque minuti a riflettere. Rachel Zegler aveva passato più tempo a spiegare al pubblico quanto fosse sbagliata la fiaba originale che a parlare del film, il principe era diventato improvvisamente un problema, la storia andava corretta, aggiornata e rieducata e il risultato lo conosciamo tutti: il pubblico ha risposto nel modo più semplice possibile, non è andato a vedere il film.
Perché alla fine puoi raccontarti quello che vuoi sui social, puoi spiegare alla gente cosa dovrebbe piacergli e cosa dovrebbe pensare, ma quando arriva il momento di comprare il biglietto la realtà presenta sempre il conto e la realtà non è particolarmente interessata alle ideologie del momento.
Pensavo che la lezione fosse stata capita, evidentemente no perché adesso siamo passati direttamente al livello successivo e il problema non è più Biancaneve, adesso il problema è Omero.
Durante la promozione del nuovo film di Christopher Nolan sull’Odissea, Lupita Nyong’o ha dichiarato che chiederebbe a Omero come si senta riguardo al poco spazio dedicato alle donne nel poema e io, lo ammetto, per qualche secondo ho pensato fosse una battuta uscita male o una citazione riportata fuori contesto.
Invece no, era una dichiarazione seria e sinceramente qui faccio fatica a trovare parole eleganti perché bisogna avere la sabbia al posto del cervello per pensare che il grande problema irrisolto dell’Odissea sia il minutaggio femminile.
Non perché Omero abbia bisogno di essere difeso, sia chiaro. Omero se l’è cavata discretamente bene negli ultimi tremila anni senza il mio aiuto e probabilmente continuerà a cavarsela anche nei prossimi tremila. Il problema è un altro ed è tutto dentro quella frase.
Perché quella frase racconta perfettamente una parte di Hollywood che non riesce più a guardare nulla senza infilargli sopra gli occhiali ideologici del presente. Favole, miti, romanzi, opere d’arte, qualsiasi cosa deve essere smontata, corretta, aggiornata e adattata fino a diventare compatibile con il manuale morale del momento e chiunque osi trovare questa cosa ridicola viene automaticamente trattato come un troglodita che non ha capito il progresso.
Personalmente continuo anche a pensare che la coerenza storica e narrativa non abbia assolutamente nulla a che vedere con il razzismo. Se racconti la Scandinavia vichinga è normale aspettarsi vichinghi scandinavi, se racconti il Giappone feudale ti aspetti giapponesi e se racconti l’antica Grecia è abbastanza normale aspettarsi personaggi che abbiano un aspetto compatibile con quell’ambientazione. Non è odio, non è esclusione e non è discriminazione. Si chiama semplicemente contesto storico.
Del resto Mads Mikkelsen lo aveva già spiegato benissimo durante la presentazione de La terra promessa a Venezia nel 2023, quando qualcuno gli fece notare la scarsa diversità del cast. La sua risposta (dopo essersi fatto una sana risata e acer guardato il giornalista con pietà) fu sostanzialmente un richiamo alla realtà: il film era ambientato nella Danimarca del 1750 e la Danimarca del 1750 non assomigliava esattamente a una fermata della metropolitana di una capitale europea nel 2026.
È un concetto che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato talmente ovvio da non meritare nemmeno una discussione e invece eccoci qui, nel 2026, a dover spiegare che chiedere coerenza storica in un’opera ambientata in un preciso contesto storico non trasforma automaticamente qualcuno in un razzista.
La parte divertente è che questa roba continua sistematicamente a schiantarsi contro la realtà. Il pubblico continua ad avere un comportamento fastidiosissimo: sceglie se spendere oppure no i propri soldi e sempre più spesso decide di non spenderli.
Ed è esattamente il motivo per cui il woke continua a non pagare, non paga al cinema, non paga nelle serie televisive, non paga quando il pubblico ha la sensazione di trovarsi davanti all’ennesima predica mascherata da intrattenimento.
La gente va al cinema per vedere una storia, non per partecipare a un corso di rieducazione culturale con popcorn e coca cola.
Magari il film di Nolan sarà anche un capolavoro (ne dubito), ma personalmente non avevo nessuna intenzione di andare a vederlo già dal momento in cui è stato annunciato il cast e la direzione che sembrava voler prendere il progetto. Le dichiarazioni di Lupita Nyong’o non mi hanno fatto cambiare idea perché non c’era nessuna idea da cambiare: hanno semplicemente confermato quello che pensavo fin dall’inizio. E se qualcuno a Hollywood si sta ancora chiedendo perché sempre più produzioni milionarie finiscono per schiantarsi contro il botteghino, forse dovrebbe iniziare a considerare l’ipotesi che il pubblico sia semplicemente stanco di sentirsi fare la morale da persone che sembrano convinte di poter spiegare a Omero come si scrive l’Odissea.
