“Italia agli italiani”: due ragazzi puniti, ma se avessero scritto “Palestina ai palestinesi” li premiavano?

Due ragazzi del liceo Monti di Cesena hanno esposto uno striscione con scritto “Italia agli italiani” e si è aperto il solito spettacolo nazionale: indignazione, accuse, comunicati, adulti con la vena sul collo, scuola in modalità tribunale morale e immancabile lezione rieducativa servita calda. Tutto molto moderno, tutto molto democratico, tutto molto aperto al confronto. Infatti li hanno puniti.

La domanda, però, è una sola. Semplice, quasi banale, quindi pericolosissima: se su quel lenzuolo ci fosse stato scritto “Palestina ai palestinesi”, sarebbe partita la stessa macchina dello sdegno?

Avrebbero parlato di slogan divisivo?
Avrebbero chiamato la frase “razzista”?
Avrebbero dato 6 in condotta?
Avrebbero imposto una tesina prima della maturità?
Oppure avremmo assistito al consueto applauso scolastico-umanitario, magari con circolare, foto di gruppo e docente emozionato in sottofondo?

Perché qui il punto non è solo lo striscione. Il punto è il doppiopesismo grande come una portaerei, quello che tutti vedono ma che molti fingono di non notare per non disturbare il presepe ideologico.

Lo slogan è brutto solo quando parla dell’Italia

Lo slogan “Italia agli italiani” può piacere o non piacere. Si può considerare ruvido, identitario, provocatorio, poco elegante, politicamente carico, tutto quello che volete. Non stiamo parlando di una poesia da incidere sul marmo del Quirinale, questo mi pare evidente.

Ma la struttura della frase è chiarissima: un popolo, una terra, un’appartenenza.

E allora viene da ridere, amaramente, perché la stessa identica struttura diventa nobile quando si parla di altri. Se dici “Palestina ai palestinesi”, non sei un razzista, sei sensibile. Se dici “i popoli hanno diritto alla propria terra”, sei informato, civile, progressista, magari pure da invitare al laboratorio di educazione civica.

Se invece dici “Italia agli italiani”, improvvisamente diventi un problema di ordine pubblico, un caso educativo, un allarme democratico, una minaccia alla convivenza civile.

Capolavoro.

Quindi il principio non è: “gli slogan identitari sono pericolosi”.
Il principio è: “gli slogan identitari vanno bene, purché l’identità non sia italiana”.

E questa cosa, detta così, fa un po’ meno curriculum europeo, ma almeno ha il pregio di essere sincera.

Due pesi, due lenzuoli e una bella spruzzata di ipocrisia

Immaginiamo la scena alternativa.

Ultimo giorno di scuola. Due ragazzi appendono un lenzuolo dalla finestra con scritto “Palestina ai palestinesi”. La notizia gira. Arrivano i giornali. Arrivano gli adulti impegnati. Arriva la politica, naturalmente, perché quando c’è una telecamera la politica arriva anche se l’hai chiusa nel bagagliaio.

Secondo voi cosa succede?

Parte la punizione?
La scuola parla di messaggio “intriso di odio”?
Qualcuno chiede una tesina rieducativa?
L’assessore scrive una lettera amareggiata agli studenti?
Si invoca la Digos per capire se nel cortile qualcuno ha cantato qualcosa?

Ma per favore.

Molto più probabile che si sarebbe parlato di “sensibilità”, “partecipazione”, “coscienza civile”, “diritto dei popoli”, “giovani che non restano indifferenti”. Magari qualcuno avrebbe pure detto che questi ragazzi rappresentano la parte migliore della scuola, quella viva, quella che prende posizione, quella che non guarda il mondo con freddezza.

Ecco. Basta cambiare soggetto e la frase passa da scandalo a educazione civica.

Quindi non prendiamoci in giro. Qui non si punisce la forma. Si punisce il contenuto, ma solo quando viene percepito come appartenente alla parte sbagliata.

Io punirei chi ha punito, ma per ignoranza costituzionale

E qui arrivo alla parte che, naturalmente, farà venire l’orticaria a qualcuno. Io, al posto loro, punirei quelli che hanno dato la punizione.

Non con il 6 in condotta, sia chiaro, perché non sono così creativo nel sadismo scolastico. Li manderei a fare una bella relazione, magari di venti pagine, sull’articolo 21 della Costituzione italiana. Titolo: “La libertà di manifestare il pensiero vale anche quando il pensiero mi sta sulle scatole?”

Perché la Costituzione, quella che molti agitano come un santino quando serve a fare bella figura, dice una cosa abbastanza semplice: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Tutti.

Non “tutti quelli che dicono cose gradite al collegio docenti”.
Non “tutti quelli che usano slogan approvati dalla corrente culturale del momento”.
Non “tutti, tranne quelli che nominano l’Italia senza prima inginocchiarsi davanti al manuale del bravo progressista”.

Tutti.

Poi certo, la libertà di espressione non significa che puoi dire qualunque cosa senza conseguenze, non siamo all’asilo nido del diritto. Esistono limiti, contesti, responsabilità. Però tra spiegare un limite e trasformare uno striscione in un percorso di rieducazione morale passa una bella differenza.

E se davvero la scuola vuole educare alla Costituzione, allora cominci da lì: dal fatto che la libertà di parola serve soprattutto quando qualcuno dice qualcosa che non ti piace. Perché quando tutti ripetono la frase del giorno, quella già benedetta dai salotti giusti, non serve la Costituzione. Basta un megafono.

Il problema non è il lenzuolo, è chi decide quali lenzuoli sono buoni

La scuola dovrebbe insegnare a pensare. Non a capire quale slogan conviene scrivere per essere applauditi e quale invece ti manda dritto nel reparto “rieducazione”.

Perché se uno studente dice qualcosa di discutibile, la scuola ha davanti un’occasione enorme. Può fermarsi, ragionare, contestualizzare, chiedere: “Cosa intendi? Perché lo hai scritto? Sai che significato può avere? Sai che può essere letto in modi diversi? Sei in grado di difendere questa frase senza trasformarla in una sciocchezza da curva?”

Questo sarebbe insegnare.

Invece qui sembra che la risposta sia stata: “Hai scritto la frase sbagliata, adesso ti spieghiamo noi cosa devi pensare”.

Molto educativo, certo. Come il cartello “vietato pensare male” appeso all’ingresso della biblioteca.

Il punto non è difendere ogni provocazione giovanile come se fosse un trattato filosofico. I ragazzi fanno anche stupidaggini, lo sappiamo tutti, alcuni adulti pure di più ma con lo stipendio. Il punto è che una scuola seria non dovrebbe trasformare ogni frase sgradita in un processo politico.

Anche perché poi i ragazzi imparano una cosa sola: non a ragionare meglio, ma a stare zitti oppure a dire solo quello che il clima del momento considera accettabile.

Carducci sì, ma solo se resta buono nel libro

Uno dei dettagli più interessanti è che uno dei ragazzi avrebbe richiamato il senso patriottico della frase, collegandola anche a riferimenti culturali come Carducci. Ora, Carducci a scuola si studia. Si legge. Si commenta. Si interroga. Si mette nei programmi, si fa diventare “patrimonio culturale”.

Però poi, se un ragazzo tira fuori l’idea di patria fuori dal recinto ordinato del manuale, scatta il panico.

Finché l’Italia è dentro un libro, bene.
Finché è una poesia ottocentesca, benissimo.
Finché è una celebrazione ufficiale con fascia tricolore, applausi, palco e discorso istituzionale, tutto regolare.
Ma se due studenti la nominano in modo diretto, magari rozzo, magari provocatorio, allora improvvisamente bisogna chiamare gli artificieri del pensiero corretto.

Questa è la parte ridicola.

La patria va bene imbalsamata, commemorata, musealizzata. Non va bene se diventa una frase viva, detta da ragazzi veri, nel modo sbagliato e senza permesso.

Il razzismo usato come timbro automatico

Poi c’è la parola magica: razzismo.

Ormai viene usata con la stessa leggerezza con cui si mette il parmigiano sulla pasta. Anche quando non c’entra, anche quando bisognerebbe almeno fare lo sforzo di dimostrare il collegamento, anche quando forse sarebbe più serio dire: “Questa frase è ambigua, discutiamone”.

No. Troppo lungo.

Molto meglio timbrare.

Razzismo.
Estremismo.
Allarme.
Caso grave.
Educazione.
Punizione.

Il problema è che così si svuota anche il significato delle parole serie. Il razzismo esiste, eccome. Proprio per questo non dovrebbe essere ridotto a etichetta da incollare su ogni cosa che non rientra nel catalogo delle opinioni ammesse.

“L’Italia agli italiani” può essere contestata? Certo.
Può essere criticata duramente? Certo.
Può essere interpretata in modo negativo? Sì.
Ma se basta quella frase per far partire la condanna morale automatica, mentre slogan identitari riferiti ad altri popoli vengono trattati come atti di coscienza civile, allora il problema non è più la frase. È il metro di giudizio.

Un metro elastico, comodissimo: si allunga quando serve agli amici, si accorcia quando serve agli altri.

La scuola libera, purché si sia liberi nel verso giusto

La scuola oggi ama riempirsi la bocca di parole bellissime: inclusione, cittadinanza, partecipazione, pensiero critico, responsabilità, consapevolezza. Sembra il menù degustazione di un convegno ministeriale.

Poi però arriva una frase scomoda e la libertà diventa subito libertà condizionata.

Esprimetevi, ragazzi.
Ma non così.
Abbiate idee.
Ma non quelle.
Partecipate.
Ma dalla parte giusta.
Siate cittadini attivi.
Ma possibilmente già allineati.
Pensate con la vostra testa.
Però prima controllate che la vostra testa sia stata approvata.

E allora diciamolo: questo non è pensiero critico, è addestramento al conformismo con verniciata pedagogica.

Il messaggio che passa non è “ragionate meglio”.
Il messaggio che passa è “state attenti, perché alcune parole si possono dire e altre no; non per il loro significato, ma per chi le pronuncia e per quale causa sembrano servire”.

Se la frase cambia bandiera, cambia anche la morale

La cosa davvero comica, se non fosse triste, è questa: basta cambiare bandiera e cambia tutto.

“Palestina ai palestinesi” suona come autodeterminazione.
“Italia agli italiani” suona come pericolo.

“Difendiamo l’identità di un popolo” va benissimo.
“Difendiamo l’identità del nostro popolo” diventa sospetto.

“Una terra per chi la abita” è principio nobile.
“Una nazione per i suoi cittadini” è frase da sorvegliare.

Ma davvero non vedete il trucco?

Non è il concetto in sé a scandalizzare. È il fatto che venga applicato all’Italia. Perché l’identità nazionale italiana, per una certa mentalità, deve esistere solo in versione innocua: cucina, calcio, monumenti, turismo, canzoni estive e qualche bandierina durante gli Europei. Appena diventa appartenenza politica o culturale, viene trattata come una sostanza pericolosa da maneggiare con guanti e mascherina.

Siamo arrivati al punto in cui amare l’Italia va bene solo se lo fai senza sembrare troppo convinto.

La punizione insegna una cosa: scegliere bene lo slogan

Il 6 in condotta e la tesina, presentati come misura educativa, finiscono per sembrare un’altra cosa: un avvertimento.

Non scrivete questo.
Scrivete altro.
Non provocate in quella direzione.
Provocate nell’altra, lì va bene.

E infatti la domanda resta lì, fastidiosa come una zanzara alle tre di notte: se avessero scritto “Palestina ai palestinesi”, oggi sarebbero stati puniti o portati come esempio di impegno civile?

Io una risposta ce l’ho, ma temo sia la stessa che hanno in molti. Solo che alcuni la dicono, altri fanno finta di non aver capito la domanda.

La scuola dovrebbe spiegare la differenza tra patriottismo, nazionalismo, razzismo, provocazione, diritto dei popoli, identità, cittadinanza. Dovrebbe complicare le cose, non semplificarle a colpi di timbro morale. Dovrebbe far crescere i ragazzi, non insegnare loro a ripetere la formula approvata dal momento.

Invece sembra che la lezione sia stata molto più pratica: se scrivi lo slogan sbagliato, ti arriva la sanzione; se scrivi quello giusto, magari ti fanno anche la foto.

Conclusione: non è il lenzuolo a fare paura, è la libertà non autorizzata

Alla fine questa storia dice molto più sugli adulti che sui ragazzi.

Due studenti hanno appeso uno striscione. Si poteva contestare. Si poteva discutere. Si poteva dire: “Avete fatto una provocazione inutile, ora spiegateci cosa volevate dire”. Si poteva trasformare tutto in un confronto serio, perfino duro, ma serio.

Invece è partito il rituale: scandalo, condanna, punizione, rieducazione.

E il bello è che tutto questo viene venduto come educazione. No, mi spiace. Educare non significa colpire l’opinione sgradita e poi chiamare il colpo “riflessione”. Educare significa costringere chi parla a capire davvero quello che dice, non impedirgli di dire la frase sbagliata perché disturba il clima culturale del momento.

Io punirei quelli che hanno punito, sì. Non perché non siano d’accordo con i ragazzi, ci mancherebbe. Li punirei simbolicamente per analfabetismo costituzionale applicato, perché quando una scuola maneggia la libertà di espressione come fosse una concessione revocabile a seconda del vento politico, allora forse una bella ripassata dell’articolo 21 non farebbe male.

Il problema non è che due ragazzi abbiano scritto “Italia agli italiani”.

Il problema è che molti adulti, davanti a quella frase, hanno reagito come se il solo pronunciare l’Italia in modo identitario fosse una colpa. Poi magari domani applaudono chi parla di autodeterminazione dei popoli, purché quei popoli siano abbastanza lontani da non mettere in imbarazzo il salotto buono.

E allora sì, la domanda resta.

Se avessero scritto “Palestina ai palestinesi”, li avrebbero puniti con 6 in condotta o premiati con 10, applauso e laboratorio di cittadinanza attiva?

La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Ed è proprio per questo che dà fastidio.

 

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