La cazzata della settimana 27/2026: Wimbledon vieta i Mondiali, perché il calcio disturba il pisolino delle fragole

La cazzata della settimana Wimbledon Mondiali arriva direttamente dall’erba più elegante del pianeta, quella di Wimbledon, dove tutto deve essere bianco, ordinato, silenzioso e possibilmente privo di qualunque traccia di vita umana non approvata dal comitato del buon gusto.

La notizia è questa: durante Wimbledon 2026 non verranno trasmesse le partite dei Mondiali di calcio. Fin qui uno potrebbe anche dire: va bene, è un torneo di tennis, non un pub con il maxischermo e il tizio che urla “arbitro venduto” dopo tre minuti. Il problema è che il divieto, a quanto pare, si estende anche alla players’ lounge. Cioè nemmeno i giocatori, tra una partita e l’altra, potranno vedere i Mondiali su uno schermo interno. Se proprio vogliono, telefono personale e zitti. Come a scuola, ma con più fragole.

Ed ecco che la cazzata si manifesta in tutta la sua eleganza britannica.

Perché Wimbledon non è semplicemente un torneo. Wimbledon è una religione con il prato tagliato bene. È quel posto dove anche l’erba sembra avere studiato galateo, dove il pubblico applaude con moderazione, dove il bianco non è un colore ma un obbligo morale, dove probabilmente se ti scappa un rutto ti arriva una lettera formale scritta con l’inchiostro blu e la delusione della Regina, anche se la Regina non c’è più.

Ora, nessuno pretende che sul Centrale montino un maxischermo con telecronaca urlata, trombette, birra calda e cori da curva. Non siamo animali. O almeno, non tutti insieme e non prima delle sei. Però l’idea che nel 2026, durante un evento sportivo mondiale, in un altro evento sportivo mondiale, non si possa trasmettere una partita nemmeno in una zona riservata ai giocatori ha qualcosa di meravigliosamente scemo.

È il trionfo del controllo.

Non guardate il calcio.
O meglio: guardatelo, ma di nascosto.
Sul telefono.
Senza disturbare.
Senza esultare.
Senza respirare troppo forte.
E possibilmente senza ricordare che fuori dal tempio del tennis esiste un pianeta dove la gente ogni tanto prova emozioni senza chiedere autorizzazione.

La cosa più comica è che il divieto non elimina il problema. Lo rende solo più ridicolo. Perché se una partita importante finisce ai rigori e dieci persone sparse sugli spalti la stanno seguendo sul telefono, il boato arriva lo stesso. Solo che invece di avere una situazione gestita, normale, comprensibile, ti ritrovi con micro-esplosioni clandestine di entusiasmo, come se il tifo fosse contrabbando.

Immagina la scena.

Silenzio assoluto.
Servizio.
Pallina lanciata.
Concentrazione.
Poi da qualche parte, in fondo, uno esplode perché la sua nazionale ha segnato.

E lì tutti scandalizzati. Oddio, un’emozione. Sul prato. Chiamate qualcuno.

Wimbledon vuole proteggere l’atmosfera del torneo, e ci sta. Ogni evento ha la sua identità. Però c’è una differenza tra avere uno stile e comportarsi come se il mondo reale fosse una malattia contagiosa. Il calcio non è obbligatorio, certo. Ma nemmeno fingere che non esista mentre si gioca un Mondiale sembra proprio una grande prova di lucidità.

Anche perché non stiamo parlando della sagra della salamella contro il torneo sociale del circolo. Stiamo parlando di Wimbledon e dei Mondiali. Due eventi enormi, globali, mediatici, pieni di sponsor, televisioni, soldi, rituali e gente che prende tutto tremendamente sul serio. Solo che uno dei due ha deciso di fare quello superiore, quello che non si mischia, quello che “noi siamo tennis, darling”.

E infatti la cazzata sta tutta lì.

Non nel preferire il tennis al calcio. Ci mancherebbe. Ognuno ha le sue perversioni sportive. La cazzata sta nel voler sterilizzare tutto, nel pensare che il pubblico debba essere presente ma non troppo vivo, appassionato ma con moderazione, coinvolto ma senza esagerare, felice ma senza fare casino.

È la solita mania moderna di trasformare ogni cosa in un ambiente controllato, pulito, educato, regolamentato, depotenziato. Il tifo sì, ma in modalità aereo. L’emozione sì, ma con volume al 12%. Il Mondiale sì, ma nel taschino, con lo schermo piccolo e la faccia colpevole.

Poi magari fuori vendono cappellini, gadget, pacchetti hospitality, biglietti a prezzi da mutuo e fragole con panna come fossero reliquie, però attenzione: il calcio sullo schermo no, quello rovina l’atmosfera.

Che atmosfera, poi?

Quella dove tutto sembra perfetto al punto da diventare finto. Dove l’eleganza rischia di diventare mummificazione. Dove il rispetto per la tradizione si trasforma in una specie di allergia alla realtà. Dove il messaggio implicito è: potete venire, pagare, sedervi, consumare, applaudire, ma ricordatevi di non essere troppo umani.

E qui bisogna dirlo: il problema non è Wimbledon. Wimbledon fa Wimbledon. Il problema è che ormai questo modo di ragionare lo vediamo ovunque. Ogni spazio deve essere corretto, gestito, ordinato, protetto da qualunque cosa possa disturbare la scenografia. Non importa se fuori succede qualcosa di enorme. L’importante è che dentro l’inquadratura resti pulita.

Quindi sì, benvenuti alla cazzata della settimana: il torneo più elegante del mondo che, mentre mezzo pianeta guarda i Mondiali, decide che no, lì dentro il calcio non entra. Al massimo passa dal telefono, piano piano, come uno spacciatore di emozioni non autorizzate.

E forse il finale migliore è proprio questo: Wimbledon voleva evitare che i Mondiali disturbassero il tennis. Perfetto. Però adesso siamo qui a parlare dei Mondiali dentro Wimbledon.

Missione compiuta, direi.
Con la solita classe.
E una discreta quantità di ridicolo.

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