Il mio blog non sarà mai sostenibile. E nemmeno inclusivo. Che tragedia (per qualcuno).

Il mio blog non sostenibile e non inclusivo nasce già malissimo, almeno secondo il catechismo moderno delle parole obbligatorie. Non è sostenibile, non è inclusivo, non è accogliente, non è fluido, non è certificato, non ha il bollino verde, non ha il comitato etico e non intende chiedere scusa prima ancora di aprire bocca.

Una tragedia, praticamente.

Oggi se non infili “sostenibile” e “inclusivo” da qualche parte sembri uno che scrive ancora con la penna d’oca dentro una grotta. Non importa cosa fai davvero, non importa cosa produci, non importa come ti comporti. L’importante è usare le parole giuste, possibilmente con la faccia seria e una grafica rassicurante. Poi il resto si aggiusta, si impagina, si mette in PDF e lo si chiama “visione”.

Io questa recita la salto volentieri.

Partiamo da “sostenibile”, che ormai è diventata una parola buona per tutto. Una volta una cosa era utile, inutile, fatta bene, fatta male, conveniente, sconveniente, intelligente o una cazzata. Oggi no. Oggi deve essere sostenibile. Se non è sostenibile, pare che mentre la fai stai sciogliendo un ghiacciaio con l’accendino.

In teoria, sostenibile vorrebbe dire una cosa anche sensata: non consumare oggi tutto quello che servirà domani. Non comportarsi da cavallette ubriache. Non devastare risorse, ambiente, lavoro, economia e futuro per fare bella figura nel trimestre corrente.

Fin qui, nulla da dire. Anzi, sarebbe buon senso.

Il problema è che il buon senso, quando passa nelle mani di certi professionisti della predica, diventa subito una clava morale. E infatti la sostenibilità è stata sequestrata da chi la usa come deodorante per coprire la puzza. La spruzzano su qualsiasi cosa: aziende, banche, eventi, prodotti, fondi d’investimento, auto, viaggi, convegni, magliette, campagne pubblicitarie e probabilmente prima o poi anche sui funerali, così almeno saremo compostabili pure da morti.

Una banca oggi può definirsi sostenibile perché finanzia una parte di attività verdi, pubblica un report ESG, misura i rischi climatici e magari mette una pianta nell’atrio vicino al distributore dell’acqua. Tradotto: non è diventata un convento francescano della finanza, ha solo imparato a mettere una cornice verde intorno al mestiere di sempre.

La banca sostenibile è un capolavoro del marketing moderno. Prende soldi, presta soldi, investe dove conviene, fa quello che una banca ha sempre fatto, però adesso ci appiccica sopra un PDF pieno di grafici, parole inglesi e fotografie di foglie bagnate. A quel punto tutto sembra più nobile. Anche l’interesse composto, con abbastanza verde intorno, può sembrare un gesto d’amore verso il pianeta.

E le aziende non sono da meno.

Oggi basta mettere due pannelli fotovoltaici sul tetto, cambiare le lampadine in ufficio, stampare meno carta e pubblicare una foto con una piantina sulla scrivania per iniziare a parlare di sostenibilità come se fosse apparsa la Madonna del bilancio etico.

Ora, sia chiaro: i pannelli sono meglio del niente, consumare meno energia è meglio che sprecarla, ridurre carta e imballaggi può avere senso. Ma non prendiamoci in giro. Un’azienda non diventa sostenibile perché ha fatto una cosa sostenibile. È come uno che mangia insalata a pranzo e poi si scola tre tiramisù: tecnicamente una foglia verde c’era, ma forse il quadro generale racconta un’altra storia.

Per ogni scelta davvero sostenibile, dentro molte aziende ce ne sono cento che non lo sono affatto. Solo che quella buona finisce nella brochure, nel sito, nel post LinkedIn con le emoji verdi e nel report ESG impaginato bene. Le altre novantanove restano nel retrobottega: fornitori scelti al ribasso, materiali che arrivano da chissà dove, logistica infinita, imballaggi inutili, produzione energivora, prodotti pensati per essere sostituiti presto, sprechi nascosti e tutta quella parte poco fotogenica che non sta bene vicino alla parola “futuro”.

Ed è qui che la sostenibilità diventa una presa per il culo con il font elegante. Non perché ogni iniziativa verde sia falsa, ma perché viene usata come assoluzione generale. Hai fatto una cosa buona? Perfetto, dilla. Ma non trasformarla nel certificato di santità dell’intera azienda.

La sostenibilità vera dovrebbe guardare l’intero ciclo: cosa produci, come lo produci, da dove arrivano i materiali, quanto dura il prodotto, quanta energia consumi, quanto sprechi, come tratti i fornitori, che fine fa quello che vendi quando non serve più. Invece spesso si prende il dettaglio più presentabile e lo si mette davanti a tutto il resto, sperando che nessuno guardi dietro il sipario.

Una scelta sostenibile non rende sostenibile l’intero baraccone. Rende sostenibile quella scelta. Il resto va guardato, misurato e raccontato senza trucco, senza luci verdi e senza quell’aria da superiorità morale di chi ha appena scoperto il fotovoltaico e pensa di aver salvato l’ecosistema.

E naturalmente, mentre tutto diventa sostenibile per magia, i sacrifici veri finiscono sempre nello stesso posto: sulle spalle degli altri. Tu devi consumare meno, pagare di più, cambiare abitudini, adeguarti, sentirti in colpa e ringraziare pure. Chi predica, invece, continua spesso a volare, consumare, vendere, comprare e organizzare eventi climatizzati sulla sobrietà.

La sostenibilità, in teoria, sarebbe il buon senso di non distruggere le risorse che serviranno anche domani. Nella pratica moderna è diventata il deodorante morale del potere: lo spruzzano sulle cazzate più costose e pretendono pure che tu dica grazie perché adesso profumano di futuro.

E il mio blog, mi spiace, non profuma di futuro. Al massimo di caffè, corrente elettrica e fastidio sincero.

Il blog consuma energia? Sì. Usa server? Sì. Produce parole inutilmente indigeste per qualcuno? Lo spero proprio. Se questa è una colpa, me ne farò una ragione senza piantare un albero virtuale per ogni articolo, senza mettere il bollino verde in homepage e senza scrivere “contenuto a basso impatto emotivo” per tranquillizzare chi ormai ha bisogno del bugiardino anche per leggere un’opinione.

Poi c’è l’altra parola santa: “inclusivo”.

Anche qui siamo oltre la comicità involontaria. Inclusivo, preso nel suo significato più pulito, dovrebbe voler dire una cosa normale: non trattare le persone da scarti, non umiliarle, non discriminarle, non metterle all’angolo perché sono diverse da noi. E fin qui non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne. Una persona normale, con un minimo di educazione e buon senso, è già inclusiva senza doverlo scrivere nella bio di LinkedIn o tatuarselo sull’anima.

Il rispetto normale funziona così: non rompi le palle agli altri, non li usi come bersagli, non li trasformi in fenomeni da baraccone e non hai bisogno di un corso aziendale con slide color pastello per capire che davanti hai una persona. Fine. Era tutto molto più semplice prima che arrivassero i sacerdoti dell’inclusione a spiegarci che, senza di loro, saremmo ancora tutti a grugnire nelle caverne.

Il paradosso dell’inclusività moderna è proprio questo: dice di voler eliminare le barriere, ma spesso finisce per costruire nuove categorie, nuove etichette, nuovi recinti e nuove gerarchie morali. Prima c’erano le persone. Poi sono arrivati quelli che hanno iniziato a dividerle in gruppi, sottogruppi, identità, micro-identità, sensibilità, rappresentanze, comunità, categorie da proteggere, categorie da correggere e categorie da colpevolizzare.

Alla fine non vedi più l’individuo. Vedi l’etichetta. E questa, più che inclusione, sembra catalogazione da laboratorio sociale.

L’inclusività moderna non ha eliminato le differenze: le ha trasformate in cartellini da appendere al collo. Poi, con la solita faccia da benefattori dell’umanità, ci ha spiegato che senza quei cartellini saremmo tutti peggiori. Una meraviglia: prima ti dividono in categorie, poi ti dicono che loro sono gli unici abbastanza buoni da rimetterti insieme al resto del mondo. Praticamente uno ti rompe una gamba e pretende l’applauso perché ti porta le stampelle.

E qui sta il punto: io non ce l’ho con il rispetto. Il rispetto è normale, o almeno dovrebbe esserlo. Ce l’ho con l’industria dell’inclusività, quella macchina culturale, politica, aziendale e mediatica che prende una cosa basilare come il trattare decentemente gli altri e la trasforma in liturgia, linguaggio obbligatorio, marketing morale e controllo del pensiero con la faccina sorridente.

Perché ormai l’inclusione, detta così, è diventata una specie di ricatto permanente: o ripeti le formule giuste, o sei automaticamente il cattivo della storia. Non basta più non discriminare. Devi aderire. Devi confermare. Devi aggiornarti. Devi usare le parole del momento. Devi fingere che ogni nuova etichetta sia un capitolo fondamentale della civiltà umana. E se non lo fai, parte subito la sirena.

Mi dispiace, ma non funziona così.

Il mio blog non sarà inclusivo perché non nasce per fare da sala d’attesa morale a chi cerca conferme, coccole e carezze sulla testa. Non è un centro benessere per sensibilità fragili. Non è uno spazio protetto dove ogni frase deve chiedere permesso prima di esistere. È un blog. Un posto dove scrivo quello che penso, con il tono che decido io, senza passare dalla vidimazione del ministero immaginario delle parole accettabili.

Io non devo includere tutti. Non devo piacere a tutti. Non devo essere leggibile da chiunque senza provocare fastidio. Non devo trasformare il blog in una sala parrocchiale progressista dove si entra in punta di piedi, si annuisce molto e si esce convinti di aver salvato l’umanità perché si è usata la parola giusta al momento giusto.

Questo spazio non include la noia, la propaganda travestita da sensibilità e il terrorismo linguistico di chi crede che cambiare le parole basti a cambiare la realtà. E soprattutto non include l’obbligo di far finta che ogni moda culturale sia automaticamente una conquista dell’umanità.

Il punto è semplice: se ti serve che un blog sia sostenibile, inclusivo, accogliente, consapevole, fluido, educato, certificato e possibilmente profumato al bergamotto morale, forse hai sbagliato indirizzo.

Qui non troverai il solito brodino tiepido servito con la faccia seria. Qui non troverai l’articolo scritto per non disturbare nessuno. Qui non troverai la frase studiata per far contenti quelli che leggono tre righe e poi corrono a indignarsi come se avessero scoperto un crimine internazionale.

Troverai opinioni. Troverai sarcasmo. Troverai fastidio. Troverai anche qualche parolaccia, quando serve, perché certe cose chiamarle “criticità comunicative” sarebbe un insulto all’intelligenza e pure alla pazienza.

E se qualcuno si offenderà perché il blog non è sostenibile, pazienza. Se qualcuno si offenderà perché non è inclusivo, doppia pazienza. Se qualcuno si offenderà per entrambe le cose, almeno avrà fatto attività fisica emotiva senza dover scaricare un’app.

La verità è che certe parole sono diventate dei salvacondotti. Le metti nel titolo, nel progetto, nel comunicato o nel sito aziendale e improvvisamente sembri una brava persona. “Sostenibile” e passi per virtuoso. “Inclusivo” e passi per illuminato. Poi magari tratti la gente come numeri, vendi fumo, fai il moralista a comando e ti comporti come tutti gli altri, però con la grafica più pulita e il font rassicurante.

No grazie.

Io preferisco essere chiaro. Questo blog non vuole salvare il mondo, non vuole educare le masse e non vuole accompagnare nessuno in un percorso di crescita personale. Questo blog nasce per dire cose che ormai tanti pensano e pochi scrivono, perché appena tocchi certe parole sacre parte il coro delle anime belle con la sirena incorporata.

Quindi lo metto per iscritto, così evitiamo equivoci futuri: il mio blog non sarà mai sostenibile, non sarà mai inclusivo e non sarà mai addomesticato.

Sarà fastidioso quando serve. Sarà scorretto quando la correttezza diventa teatro. Sarà sarcastico quando davanti all’ennesima predica dei professionisti della virtù l’unica risposta sensata è una risata, possibilmente rumorosa.

E se questa cosa disturba qualcuno, bene.

Vuol dire che almeno una funzione sociale ce l’ha.

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