La sinistra italiana contro il woke è lo spettacolo politico dell’estate 2026. Dopo anni passati a controllare pronomi, desinenze, presepi, statue, costumi di Carnevale e qualsiasi altra cosa potesse turbare qualcuno su X, adesso una parte del centrosinistra ha scoperto che forse la gente normale ha problemi leggermente diversi. Lo stipendio, l’affitto, la sanità, il lavoro. Tutte quelle vecchie cazzate sociali delle quali una volta si occupava la sinistra, prima di trasformarsi nell’ufficio reclami delle identità offese.
La conversione, naturalmente, è avvenuta con la solita eleganza.
Nessuno ammette di aver sbagliato, nessuno chiede scusa e soprattutto nessuno ricorda di aver mai sostenuto davvero certe assurdità. Il woke dev’essere entrato nelle università, nei giornali, nelle aziende, nelle serie televisive e nel linguaggio politico da solo, probabilmente passando da una finestra lasciata aperta.
Adesso sono tutti contrari.
Sempre stati, eh.
Giuseppe Conte scopre che agli operai interessa lo stipendio
Ad aprire ufficialmente il nuovo corso italiano è stato Giuseppe Conte con una lettera pubblicata su Repubblica dal titolo piuttosto chiaro: “Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali”.
Conte sostiene che la cultura woke non possa diventare «l’ossatura ideologica» di una forza progressista e la definisce una specie di «religione morale autoreferenziale».
E qui tocca fermarsi un attimo.
Giuseppe Conte, il leader del Movimento 5 Stelle, ha appena spiegato alla sinistra che dovrebbe occuparsi delle disuguaglianze economiche invece di passare le giornate a classificare le persone per genere, colore, orientamento sessuale, provenienza, pronome e livello di oppressione certificato.
Una rivelazione sconvolgente.
È come se il capo di un’associazione di pescatori avesse annunciato che, dopo un’attenta riflessione, il mare contiene dell’acqua.
Secondo Conte, la sinistra dovrebbe tornare a occuparsi di lavoratori sottopagati, giovani senza futuro, famiglie in difficoltà, sanità e casa. In pratica, dovrebbe tornare a fare la sinistra.
Qualcuno avvisi il Partito Democratico, ma con delicatezza. Potrebbe essere un trauma.
Renzi: «Io lo dicevo da sempre»
Non poteva naturalmente mancare Matteo Renzi, che quando vede passare un nuovo treno politico riesce a salirci anche se è già partito da Bologna e lui si trova a Firenze.
Renzi ha parlato di «ubriacatura woke» che avrebbe fatto male alla sinistra e ha rivendicato di aver sempre difeso le ragioni del buon senso. Successivamente ha sintetizzato la nuova linea con «meno woke e più economia».
Ha ragione?
In questo caso sì.
È irritante ammetterlo, lo so, ma ogni tanto capita. Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno e Renzi, con un numero sufficiente di dichiarazioni quotidiane, prima o poi qualcosa la prende.
Anche Raffaella Paita di Italia Viva è stata piuttosto netta: «Le teorie woke fanno male alla sinistra».
Benissimo. Ora manca soltanto la parte in cui qualcuno spiega perché ci siano voluti anni per accorgersene.
Forse erano tutti troppo impegnati a decidere se scrivere “tuttə”, “tutt*”, “tuttз” oppure disegnare direttamente un geroglifico, così nessuno si offende perché nessuno capisce più un cazzo.
Nel PD qualcuno comincia lentamente a svegliarsi
Alessandro Alfieri del Partito Democratico ha riconosciuto che Conte, sugli eccessi della cultura woke, ha ragione.
Ha fatto anche un esempio comprensibile persino senza un master in studi intersezionali: rispettare le altre religioni non significa cancellare il presepe, il Natale e le proprie tradizioni.
Era ora.
Per anni ci hanno raccontato che togliere il presepe fosse un gesto di apertura, mentre lasciarlo significava probabilmente preparare la marcia su Roma con i Re Magi in camicia nera.
Alfieri precisa giustamente che i diritti civili restano importanti. E infatti il punto non è mai stato cancellare i diritti. Il punto è smettere di confondere i diritti con le idiozie.
Difendere una persona dalla discriminazione è un diritto.
Pretendere che tutti utilizzino un vocabolario aggiornato ogni tre settimane, deciso da una commissione informale di esaltati sui social, è una rottura di coglioni.
Sono due cose diverse. Finalmente qualcuno sembra essersene accorto.
Dario Nardella ha invece spiegato che il woke non sarebbe la causa della sconfitta della sinistra, ma il sintomo.
Anche questa osservazione ha senso. Il woke è il sintomo di una sinistra che ha perso il contatto con la propria base storica e ha provato a sostituirla con una collezione di minoranze, ciascuna chiusa nella propria identità e possibilmente incazzata con tutte le altre.
Una specie di album Panini dell’oppressione, dove però se completi la raccolta non vinci niente. Al massimo vieni accusato di appropriazione culturale perché hai comprato le figurine sbagliate.
Elly Schlein, per il momento, contempla il soffitto
Elly Schlein non ha ancora preso una posizione davvero netta.
Comprensibile.
La sua leadership è nata proprio dentro quel mondo progressista fatto di diritti civili, identità, linguaggio inclusivo e campagne simboliche. Ammettere che il woke abbia prodotto qualche mostruosità significherebbe riconoscere che la destra non si era inventata proprio tutto.
E questa, per una certa sinistra, è una prospettiva peggiore di una sconfitta elettorale.
Perciò il PD procede con prudenza.
Simona Malpezzi invita a riportare il discorso sulle disuguaglianze. Filippo Sensi accusa Conte di essersi buttato sul tema del momento. Lia Quartapelle risponde con una battuta sul Superbonus.
Il problema, però, rimane.
Per anni la sinistra ha permesso che qualsiasi critica al woke venisse liquidata come fascismo, razzismo, omofobia, transfobia o generica cattiveria. Bastava dire che la schwa fosse illeggibile e immediatamente compariva qualcuno pronto a spiegarti che stavi mettendo in pericolo la democrazia.
Adesso gli stessi ambienti iniziano a dire che forse si è esagerato.
Ma guarda un po’.
Tutto è cominciato da Ocasio-Cortez
La nuova illuminazione italiana non è nata spontaneamente. Arriva, come molte mode politiche, dagli Stati Uniti.
Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure più importanti della sinistra democratica americana, ha utilizzato l’espressione «Woke 1 was crazy», cioè più o meno «il primo woke era folle».
La frase era in parte scherzosa e riprendeva le parole di un altro esponente socialista americano. Ocasio-Cortez non ha rinnegato tutte le battaglie progressiste, ma ha ammesso che durante il periodo del Covid erano circolate idee e formule che oggi non utilizzerebbe più.
Tra queste c’erano “Defund the police”, l’abolizione delle carceri, la cancellazione del Thanksgiving e altre proposte nate nel periodo in cui chiunque possedesse una webcam e una bandiera arcobaleno si sentiva autorizzato a rifondare la civiltà occidentale dal salotto di casa.
Naturalmente la stampa italiana ha immediatamente trasformato una mezza autocritica americana in un nuovo movimento politico.
Non abbiamo ancora inventato il woke italiano e siamo già al post-woke.
Siamo efficientissimi, quando si tratta di importare stronzate.
Il woke non è morto: ha solo iniziato a perdere voti
Non facciamoci illusioni. La cultura woke non è improvvisamente scomparsa e la sinistra italiana non ha tenuto un congresso straordinario intitolato “Scusate, abbiamo detto un sacco di cazzate”.
Sta succedendo qualcosa di molto più semplice: il woke non conviene più.
Non porta abbastanza voti, allontana le classi popolari e offre alla destra materiale elettorale praticamente infinito.
Mentre un lavoratore cerca di capire come pagare il mutuo, una parte della sinistra gli spiega che il vero problema è il linguaggio non inclusivo.
Mentre una famiglia aspetta otto mesi per una visita medica, qualcuno organizza un convegno sulla mascolinità tossica nei cartoni animati.
Mentre un quartiere chiede più sicurezza, arriva l’esperto progressista a spiegare che la percezione del crimine è una costruzione sociale.
Poi arrivano le elezioni, la gente vota a destra e tutti convocano una tavola rotonda per capire perché.
Mistero assoluto.
Serviranno almeno quattro sociologi, tre editorialisti e una giornalista con i capelli blu.
Dalla lotta di classe alla lotta per le vocali
La vecchia sinistra parlava di fabbriche, contratti, salari, pensioni, sanità pubblica e diritti dei lavoratori.
Quella nuova ha cominciato a parlare di rappresentazione, privilegio, intersezionalità, corpi non conformi e desinenze oppressive.
Non c’è niente di sbagliato nel difendere le minoranze. Il problema nasce quando le minoranze diventano l’unico argomento possibile e la società viene ridotta a una classifica permanente delle vittime.
Il lavoratore non è più un lavoratore: deve prima dichiarare genere, orientamento, colore della pelle, religione e almeno altri due dati per permettere al progressista di calcolare quanto meriti di essere ascoltato.
Se è maschio, bianco ed eterosessuale parte già con una penalità. Se possiede anche un presepe, probabilmente viene espulso dal campo largo.
Questa roba non ha unito nessuno. Ha diviso tutti in gruppi sempre più piccoli, ciascuno dotato del proprio linguaggio, della propria bandiera e della propria lista di parole proibite.
Poi si sono stupiti perché non esisteva più una classe popolare capace di riconoscersi nella sinistra.
L’avete fatta a pezzi voi, cazzo. E avete pure chiamato il risultato “inclusione”.
Adesso arrivano i partigiani del senno di poi
La parte più divertente deve ancora cominciare.
Nei prossimi mesi assisteremo alla nascita spontanea di migliaia di oppositori storici del woke. Politici, giornalisti e intellettuali che fino a ieri correggevano i pronomi altrui racconteranno di aver sempre avuto dei dubbi.
Diranno che non bisogna confondere i diritti con gli eccessi.
Che loro avevano sempre difeso il buon senso.
Che il vero progressismo è universale.
Che il woke era soltanto una caricatura inventata dalla destra.
E soprattutto che nessuno ha mai veramente sostenuto quelle idee.
Vedrete: la cancel culture non è mai esistita, le carriere rovinate erano semplici malintesi, gli asterischi sono comparsi spontaneamente nelle comunicazioni istituzionali e le statue sono scese dai piedistalli perché avevano voglia di fare una passeggiata.
Il woke finirà come tutte le ideologie diventate imbarazzanti: senza sostenitori, senza responsabili e con una folla di persone che giura di averlo sempre combattuto.
Bentornata sinistra, forse
Se davvero una parte della sinistra vuole tornare a parlare di salari, lavoro, sanità, casa e condizioni materiali delle persone, benissimo.
Era anche ora.
Non serve abbandonare i diritti civili. Basta smettere di usarli come una foglia di fico per coprire l’assenza di qualsiasi progetto sociale serio.
Perché difendere una persona discriminata è sacrosanto, ma cambiare tre vocali in un comunicato stampa non migliora la vita di nessuno.
Non alza gli stipendi.
Non riduce le liste d’attesa.
Non crea lavoro.
Non paga l’affitto.
E soprattutto non rende automaticamente buono, intelligente e progressista chi lo fa.
La sinistra italiana contro il woke, quindi, è soltanto all’inizio. Conte ha aperto la porta, Renzi è entrato dicendo che aveva le chiavi da anni, alcuni esponenti del PD si affacciano con cautela ed Elly Schlein sembra ancora valutare se la porta sia sufficientemente inclusiva.
Non sappiamo se sia una vera conversione o soltanto l’ennesimo cambio di costume prima delle elezioni.
Ma almeno hanno finalmente scoperto che alla cassiera del supermercato interessa più il rinnovo del contratto che essere chiamata “operatorə della distribuzione alimentare”.
Ci sono voluti anni, ma non pretendiamo troppo.
Un passo alla volta.
Altrimenti si offendono.
