Il modello Norvegia calcio mi interessa per un motivo molto semplice: non me ne frega un cazzo del calcio. Lo guardo più o meno con lo stesso entusiasmo con cui potrei mangiare Nutella spalmata sui broccoli. Tecnicamente possibile, certo, ma resta una roba contro natura.
Eppure questa storia della Norvegia mi piace. Anzi, mi piace parecchio. Perché non parla solo di pallone, schemi, moduli, pressing alto, pressing basso, diagonali, ripartenze e tutte quelle cose che fanno venire gli occhi lucidi agli esperti da bar con la formazione già pronta sul tovagliolino.
Parla di metodo, di identità, di un Paese che invece di mettersi a frignare, inventare quote, slogan e ricette ideologiche da talk show, ha fatto una cosa quasi offensiva per i tempi moderni: ha lavorato.
E siccome parliamo della Norvegia, cioè del mio luogo preferito in assoluto, la cosa mi dà anche un certo gusto personale. Perché mentre noi siamo qui a discutere se il calcio italiano si salvi con lo ius soli, con le quote, con le prediche morali o con l’ennesima riforma annunciata da qualcuno che dopo due giorni è già sparito, loro hanno preso il problema e lo hanno affrontato come si fa nei Paesi seri: costruendo.
Non urlando, non facendo manifesti, non convocando il concilio permanente degli illuminati del pallone.
Costruendo.
La Norvegia, storicamente, non è esattamente il Brasile. Non è il Paese dove immagini bambini che palleggiano scalzi sulla spiaggia mentre il tramonto illumina la torcida. La Norvegia te la immagini con la neve, gli sci, il freddo, le montagne, i fiordi e quella bellezza pulita che ti fa venire voglia di trasferirti lì anche solo per respirare senza sentire il rumore di fondo e la puzza dell’Italia.
E invece questi hanno tirato fuori anche il calcio.
Piano piano, senza fanfare. Hanno investito nei vivai, nei giovani, nelle strutture, nelle società. Hanno fatto crescere il livello del loro campionato, che prima veniva considerato poco più di un torneo cuscinetto, una specie di sala d’attesa nordica prima del calcio “vero”. Poi arriva il Bodø/Glimt, una squadra che per molti italiani fino all’altro ieri sembrava il nome di un router Wi-Fi dell’Ikea, e ti elimina l’Inter battendola due volte.
Due.
Non una partita rubata, non una botta di fortuna, non la classica serata storta da archiviare con “eh ma il campo sintetico”. Due partite, due schiaffi, grazie e arrivederci.
E allora magari, invece di fare i superiori come al solito, bisognerebbe chiedersi come ci siano arrivati.
Perché è questo il punto. La Norvegia non sta dando una lezione solo calcistica. Sta dando una lezione culturale. Sta dimostrando che un Paese piccolo, con una tradizione sportiva orientata soprattutto agli sport invernali, può alzare il livello se lavora con serietà. Se smette di raccontarsi balle. Se punta sui giovani e li fa giocare davvero, non quando hanno trent’anni e ormai sono “promesse” solo per l’anagrafe del giornalista pigro.
Da noi invece il giovane deve maturare.
Che tradotto significa: lo teniamo in panchina, lo mandiamo in prestito, lo richiamiamo, lo rimandiamo via, lo facciamo entrare all’ottantottesimo quando perdiamo 3-0 e poi diciamo che non ha inciso.
Geniale.
Nel frattempo, appena l’Italia prende una sberla, spuntano le soluzioni magiche. Lo ius soli. Le quote. I cinque calciatori di colore per squadra. La rappresentanza. L’inclusività. La nuova liturgia sportiva in cui non conta più costruire calciatori forti, ma compilare correttamente il modulo morale del momento.
E qui siamo al ridicolo.
Perché il calcio, che piaccia o no, dovrebbe essere uno dei pochi posti rimasti dove conta se sei bravo. Punto. Non se servi a confermare la tesi di qualcuno. Non se migliori la fotografia della squadra. Non se fai contento l’editorialista che deve scrivere il pezzo sulla nuova Italia plurale, fluida, colorata, consapevole e possibilmente sponsorizzata da una banca.
Se sei forte giochi.
Se sei scarso no.
Lo so, è una cosa brutale. Quasi primitiva. Talmente semplice che oggi sembra estremista.
Il problema non è avere calciatori bianchi, neri, verdi, blu o con la carnagione Pantone certificata. Il problema è pensare che il colore sia la soluzione. Da una parte o dall’altra. Perché anche questa è una forma di ossessione. C’è chi usa il colore della pelle per escludere e chi lo usa per fare marketing morale. Sempre pelle rimane. Sempre superficialità è.
Antonio Nusa, per esempio, è norvegese. Nato in Norvegia, cresciuto nel sistema norvegese, con origini familiari miste. Non è una figurina inserita per far felice il comitato della diversità. È un calciatore norvegese. Se è forte, gioca. Fine del dramma.
Ecco cosa dà fastidio del modello Norvegia: funziona senza bisogno della sceneggiata.
Funziona perché c’è appartenenza. E anche qui, appena dici “appartenenza”, qualcuno si agita sulla sedia. Sembra una parola pericolosa, quasi da maneggiare con i guanti. Ma l’appartenenza sportiva non è una roba sporca. Non significa chiudersi, escludere, fare folklore con l’elmo vichingo comprato su internet. Significa sapere cosa rappresenti quando scendi in campo.
Una maglia.
Una scuola.
Un Paese.
Un percorso.
Una comunità che ti ha cresciuto.
Questa cosa in Italia l’abbiamo mezza persa. Non solo nel calcio, probabilmente. Ma nel calcio si vede benissimo, anche per chi come me lo segue poco e niente. Si vede perché il calcio è diventato un grande teatro di soldi, procuratori, contratti, premi, diritti d’immagine, comunicati, interviste finte e frasi tipo “dobbiamo ripartire dal gruppo”, che ormai andrebbero vietate dal codice penale per abuso di banalità.
Poi leggi che certi giocatori avrebbero chiesto premi prima di partite decisive e ti viene da ridere. O da spegnere tutto. Perché se devi essere pagato extra per avere fame con la maglia della Nazionale, allora il problema non è Malagò, non è Ulivieri, non è Cazzullo, non è lo ius soli e non è nemmeno il 4-3-3.
Il problema è che manca il senso della cosa.
E questa cosa si vede anche fuori dal calcio. La Norvegia non è solo il Paese dei fiordi, della neve e di quella pulizia mentale che qui ci sogniamo pure quando facciamo la raccolta differenziata con aria da eroi civili. È anche uno dei pochissimi Stati al mondo che può guardare il concetto di debito pubblico dall’alto in basso senza farsi venire la tachicardia.
Tecnicamente un debito pubblico lordo ce l’ha anche lei, perché gli Stati emettono debito per varie ragioni e l’economia non è un disegnino per bambini. Però la differenza è che la Norvegia ha alle spalle un fondo sovrano gigantesco, costruito con i proventi del petrolio e gestito con una visione che da noi verrebbe probabilmente smontata in tre legislature, due condoni, quattro bonus elettorali e una conferenza stampa con le bandierine.
Il risultato è semplice: la Norvegia non vive con il cappio al collo del debito come tanti altri Paesi. Ha una posizione finanziaria pubblica netta talmente positiva che il confronto con chi passa la vita a spostare il problema sulle generazioni successive fa quasi tenerezza. O rabbia. Dipende da quanto caffè avete bevuto.
Ecco perché il calcio, in questa storia, è quasi un dettaglio. La Norvegia non sta dando una lezione solo perché il Bodø/Glimt batte squadre più ricche o perché la Nazionale cresce. Sta dando una lezione perché applica lo stesso principio ovunque: prendi una risorsa, la gestisci con criterio, investi sul futuro e non ti mangi tutto oggi come se domani dovesse arrivare l’aperitivo eterno.
Da noi invece spesso funziona al contrario: spendi, prometti, rattoppi, chiami tutto “visione” e poi presenti il conto a chi arriva dopo. Loro no. Loro hanno preso il petrolio e ci hanno costruito un fondo per le generazioni future. Noi con certe occasioni probabilmente avremmo finanziato bonus, mance, carrozzoni, commissioni, tavoli tecnici e qualche campagna pubblicitaria sulla responsabilità.
La Norvegia invece questa cosa sembra averla capita. E non perché siano geneticamente migliori (oddio qui ci sarebbe da aprire un dibattito) , non iniziamo con altre sciocchezze. Semplicemente hanno un rapporto più serio con ciò che costruiscono. Se decidono di investire in un settore, lo fanno. Non lo annunciano soltanto. Non organizzano una conferenza con tre slogan e il buffet. Lo fanno e basta.
Questo mi piace della Norvegia, anche fuori dal calcio.
È un Paese che dà spesso l’impressione di avere una direzione. Magari non perfetta, perché i paradisi non esistono e chi li vende di solito vuole solo il tuo voto o il tuo portafoglio. Però la direzione c’è. E nel calcio si vede: settore giovanile, identità, lavoro, club che crescono, ragazzi che giocano, livello che sale.
Noi invece siamo bravissimi a discutere del contorno mentre il piatto principale brucia.
La Nazionale va male? Serve più inclusione.
I giovani non giocano? Serve una riforma.
I vivai sono deboli? Serve un tavolo.
Il campionato si riempie di stranieri mediocri mentre i ragazzi italiani marciscono in panchina? Serve una riflessione.
No, serve smetterla di prendere in giro la gente.
Serve fare quello che ha fatto la Norvegia: investire sui giovani, farli giocare, pretendere qualità dagli allenatori, dare valore ai vivai, premiare chi costruisce davvero e non chi compra l’ennesimo giocatore inutile solo perché ha il nome esotico e il procuratore sveglio.
E se poi dai vivai italiani escono ragazzi forti di qualunque colore, giocheranno. E vinceranno. Non perché lo ha deciso la politica, non perché servono cinque giocatori di una certa categoria per far felice il presepe ideologico, ma perché sono forti.
Il resto è fuffa.
La Norvegia ci sta dando una lezione molto semplice: l’identità non è il contrario dell’apertura, è il contrario del vuoto. Un Paese che sa chi è può anche integrare, crescere, cambiare e competere. Un Paese che non sa più chi è si mette a cercare scorciatoie, slogan e colpevoli ovunque.
Anche nel calcio, che ripeto, per me resta una roba abbastanza indigesta.
Ma quando la Norvegia prende un campo, una squadra, un sistema e dimostra che con serietà, appartenenza e lavoro si può arrivare lontano, allora sì, perfino io mi fermo a guardare.
Non la partita, per carità.
La lezione.
