Rutte, i 500 aerei e la frittata sulle basi italiane: Crosetto smentisce, ma i pappagalli social erano già partiti

 

Il caso delle basi italiane Epic Fury nasce da una frase di Mark Rutte, segretario generale della NATO, quello del “daddy”, o “paparino”, rivolto a Trump. Momento diplomatico altissimo, proprio da Accademia della Crusca geopolitica: un capo NATO che davanti al presidente americano sembra quasi voler dire “tranquillo, capo, siamo stati bravi anche noi”.

Solo che Rutte non arriva esattamente da una carriera immacolata tipo santo patrono della buona amministrazione. Prima di accomodarsi sulla poltrona NATO, nei Paesi Bassi è stato premier per anni e si è portato dietro una discreta collezione di macerie politiche.

C’è stato lo scandalo dei sussidi per l’infanzia, con migliaia di famiglie accusate ingiustamente di frode fiscale, spinte a restituire soldi, rovinate economicamente e poi riconosciute come vittime di una macchina amministrativa andata fuori controllo. Il governo Rutte si dimise nel 2021 proprio per quella vicenda. Non una multa per divieto di sosta, diciamo.

Poi c’è Groningen, la provincia dove l’estrazione del gas ha causato terremoti, case danneggiate, cittadini esasperati e anni di ritardi. Una commissione parlamentare olandese ha parlato di interessi degli abitanti ignorati e di profitti messi davanti alla sicurezza delle persone. Anche lì, non proprio una medaglia al merito.

E vogliamo dimenticare la crisi dell’azoto? Agricoltori in rivolta, trattori in strada, proteste enormi, campagne esasperate e governo incapace di tenere insieme ambiente, economia agricola e buon senso. La transizione ecologica spiegata con il metodo: “tu chiudi, poi vediamo”. Un capolavoro, se l’obiettivo era far saltare i nervi a mezzo Paese.

In mezzo ci sono state pure accuse di scarsa trasparenza, la famosa “dottrina Rutte”, e il caso Omtzigt, il parlamentare critico che durante le trattative di governo qualcuno avrebbe voluto sistemare “altrove”. Rutte sopravvisse politicamente, come spesso gli è riuscito, ma il profumo non era esattamente quello della lavanda istituzionale.

Insomma, quando uno con questo curriculum si mette a fare il preciso sulle basi italiane e sui voli americani, magari due controlli prima di parlare non sarebbero una cattiva idea. Anche perché qui non si sta discutendo del traffico davanti al supermercato: si parla di guerra, basi militari, Iran, Stati Uniti, NATO e responsabilità politiche.

La frase di Rutte: 500 aerei Usa dalle basi in Italia

Rutte, parlando a Fox News, ha detto che 500 aerei statunitensi sarebbero decollati da basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury contro l’Iran.

Detta così, sembra una bomba politica. E infatti è esplosa subito.

Perché se dici “500 aerei” e “basi in Italia” nello stesso periodo in cui si parla di guerra contro l’Iran, il messaggio che passa è semplice: l’Italia avrebbe partecipato, o comunque avrebbe permesso qualcosa di molto più pesante di un appoggio tecnico.

E qui nasce il problema.

“Supportare” non vuol dire automaticamente “partire dall’Italia per bombardare”. “Base americana in Italia” non vuol dire automaticamente “decisione politica italiana di entrare in guerra”. “Volo autorizzato” non vuol dire “missione di combattimento”.

Sono sfumature? No, sono differenze grosse come un hangar.

Ma siccome le sfumature non fanno like, nel giro di pochi minuti la frase è diventata carburante per la solita macchina dell’indignazione.

Crosetto smentisce: solo voli tecnici e logistici, non cinetici

Il Ministero della Difesa ha risposto in modo netto. Ha chiarito che l’Italia ha agito nel rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali, degli indirizzi del Parlamento e degli accordi che regolano la presenza e l’uso delle basi alleate sul territorio nazionale.

Tradotto dal burocratese: non abbiamo autorizzato attività offensive fuori dal perimetro previsto.

La Difesa ha spiegato che sono state autorizzate esclusivamente attività tecniche e logistiche, non cinetiche. E “non cinetiche” significa una cosa molto semplice: non attività di combattimento, non bombardamenti, non operazioni offensive.

Quando invece si è prospettata una richiesta che usciva da quel perimetro, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione.

Crosetto poi ha aggiunto di non avere problemi a riferire in Aula e, se necessario, a far spiegare “aereo per aereo” quali voli siano stati autorizzati. Che è un modo abbastanza elegante per dire: prima di fare i fenomeni, almeno guardiamo le carte.

Il dettaglio che rovina la sceneggiata: logistica non è guerra

Qui sta il punto vero.

Se un aereo americano decolla da una base Usa presente in Italia per un’attività tecnica, logistica, di trasferimento, supporto, rifornimento, manutenzione o coordinamento previsto dagli accordi, non significa che l’Italia abbia autorizzato un attacco contro l’Iran.

È un concetto semplice. Noioso, certo. Ma semplice.

È come dire che se uno entra in autostrada da un casello italiano, allora il casellante è responsabile della destinazione finale. Magari no. Magari il casellante ha solo alzato la sbarra secondo le regole previste.

Nel caso delle basi militari il discorso è ovviamente più serio, ma la logica è quella: bisogna distinguere tra il perimetro tecnico degli accordi e una decisione politica di guerra.

Rutte, nella sua voglia di mostrare a Trump che gli alleati europei non erano rimasti a guardare, ha finito per mischiare i piani. E quando mischi i piani su basi militari e guerra, non stai facendo una battuta al bar. Stai accendendo una polemica internazionale.

La NATO corregge il tiro

Dopo la bufera, è arrivata anche la puntualizzazione NATO. Il senso della correzione è questo: Rutte si riferiva all’attuazione degli accordi bilaterali esistenti sulle basi militari, non a una nuova autorizzazione italiana per operazioni offensive.

Ecco. Bastava dirlo prima in modo meno teatrale.

Perché quando butti lì “500 aerei” davanti alle telecamere, senza chiarire bene che stai parlando di attività tecniche e logistiche, poi non puoi stupirti se mezzo mondo capisce un’altra cosa.

Anzi, magari qualcuno non aspettava altro.

E sui social partono i pappagalli

Infatti sui social la frase di Rutte è diventata subito mangime per pappagalli.

Non era ancora asciugato l’inchiostro della smentita della Difesa che già comparivano commenti fotocopiati, tutti con la stessa musica: “Ecco, Meloni ci ha mentito”, “ci hanno portato in guerra”, “hanno usato le basi italiane”, “la Costituzione dov’è finita?”, “vergogna”.

Sempre così. Uno legge mezzo titolo, capisce un quarto, commenta il doppio e poi si sente pure informato.

La differenza tra attività logistica e attività di combattimento? Troppa fatica.

La smentita del Ministero? Dettaglio fastidioso.

La puntualizzazione della NATO? Figurati, quella rovinava il post.

La realtà è che sui social molti non commentano le notizie: commentano l’emozione che la notizia gli ha acceso nei primi tre secondi. Poi la ripetono. A pappagallo. Magari con l’aria di chi ha appena scoperto il Watergate, quando in realtà ha solo condiviso una frase senza leggere il manuale delle istruzioni.

E attenzione: chiedere chiarimenti al governo è legittimo. Ci mancherebbe. Il Parlamento serve anche a questo. Ma una cosa è chiedere chiarimenti, un’altra è partire già con la sentenza pronta, costruita su una frase ambigua e ignorando la smentita successiva.

Quello non è controllo democratico. È karaoke dell’indignazione.

L’opposizione ci si butta sopra

Naturalmente anche l’opposizione si è buttata sulla vicenda. Fratoianni, Bonelli e compagnia hanno chiesto spiegazioni, accusando il governo di opacità e di aver nascosto il vero ruolo dell’Italia.

Ripetiamolo: chiedere spiegazioni è legittimo.

Il problema è il riflesso automatico. Arriva una frase ambigua, parte il comunicato, si alza il sopracciglio morale, si invoca l’Aula, si fa il post, si incassa il consenso dei già convinti. Tutto prima ancora di separare i fatti dalla scenografia.

E qui la scenografia era perfetta: Rutte, Trump, basi italiane, Iran, guerra, Meloni, Costituzione. Mancava solo la musica drammatica sotto e il pacchetto era completo.

Peccato che poi arrivi Crosetto a dire: signori, calma, parliamo di voli tecnici e logistici, non di attività di combattimento.

Fastidioso, lo so. La realtà rovina sempre le migliori campagne social.

Il cortocircuito con Trump

C’è anche un altro dettaglio che rende la vicenda quasi comica.

Trump aveva criticato diversi alleati europei, Italia compresa, accusandoli di non aver dato abbastanza sostegno alle operazioni contro l’Iran. Quindi da una parte c’è Trump che dice: non mi avete aiutato come volevo. Dall’altra arriva Rutte e sembra dire: ma no, guarda che ti hanno aiutato, eccome.

Poi arriva l’Italia e precisa: abbiamo rispettato gli accordi, ma non abbiamo autorizzato attività cinetiche.

Riassunto della puntata: Trump brontola perché gli alleati non sono stati abbastanza servizievoli, Rutte prova a lucidare la vetrina NATO, Crosetto spegne l’incendio e sui social intanto qualcuno ha già scritto che l’Italia è entrata in guerra.

Una commedia in tre atti, con il coro greco dei commentatori seriali.

Quindi l’Italia ha autorizzato attacchi contro l’Iran?

Dalle verifiche disponibili, no.

Risulta che siano stati autorizzati voli nel quadro degli accordi esistenti, ma la Difesa italiana ha escluso l’autorizzazione ad attività di combattimento o offensive. Il punto non è negare che ci siano stati voli. Il punto è capire che tipo di voli fossero.

Questa è la parte che molti saltano, perché è meno sexy del titolo “500 aerei dalle basi italiane”.

Ma è la parte decisiva.

Se i voli sono tecnici e logistici, siamo dentro un perimetro. Se sono operazioni di combattimento, siamo dentro un altro mondo. E Crosetto ha detto chiaramente che l’Italia non ha autorizzato il secondo scenario.

Conclusione: Rutte ha parlato troppo largo, gli altri hanno corso troppo forte

Questa storia dice due cose.

La prima: Rutte ha fatto una dichiarazione troppo larga, troppo ambigua e politicamente pericolosa. Forse voleva compiacere Trump, forse voleva mostrare che la NATO era compatta, forse voleva vendere bene il contributo europeo. Il risultato però è stato un pasticcio.

La seconda: appena una frase ambigua permette di attaccare il governo, parte la giostra. Politici, giornali, social, commentatori da tastiera. Tutti pronti a vedere la prova definitiva dello scandalo, possibilmente prima ancora di leggere la smentita.

Poi arriva il dettaglio: attività logistiche, non cinetiche.

E lì casca il castello.

Ma tanto sui social il castello non deve stare in piedi. Deve solo fare rumore mentre cade.

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