Auto, moto, scooter, bici e camion: la guerra santa degli utenti della strada

Le diatribe tra auto, moto, scooter, bici, camion e monopattini sono una delle forme più pure di teatro italiano contemporaneo. Tutti hanno ragione, naturalmente. Sempre. Anche quando stanno facendo una manovra che farebbe vergognare un criceto ubriaco dentro una ruota panoramica.

Io, per sicurezza, mi sono portato avanti. Sono automobilista, motociclista, ciclista e sono stato anche scooterista. Mi manca solo il camion, ma lì ho un problema logistico: è troppo grosso, troppo ingombrante e soprattutto non saprei dove parcheggiarlo senza trasformare il quartiere in un terminal merci.

In più posso dire di aver rischiato la vita con ognuno di questi mezzi per colpa di qualche coglione. In auto per quello che ti taglia la strada come se avesse ricevuto una chiamata diretta dal destino. In moto per quello che apre la portiera senza guardare, convinto che gli specchietti siano decorazioni. In bici per quello che ti sfiora con la macchina lasciandoti quei tre centimetri di aria che secondo lui sono “abbastanza”. In scooter per quello che cambia corsia all’improvviso perché il navigatore gli ha parlato con voce autoritaria.

Il monopattino invece mi manca e, francamente, credo che continuerà a mancarmi. Non per snobismo. È che a una certa età uno deve anche volersi un minimo di bene e non presentarsi in strada sopra una tavoletta con due cazzo di ruotine, lo zainetto sulle spalle e l’aria di chi sta sfidando Darwin in trasferta (ma poi che gusto c’è a stare di traverso su un mezzo che deve andare dritto!).

Quindi parlo da persona compromessa. Non appartengo a una sola categoria, appartengo al disastro completo. Auto, moto, bici, scooter: ci sono passato. Il camion lo osservo con prudenza. Il monopattino lo osservo con sospetto.

Automobilisti: il popolo sovrano del “dovevo solo fermarmi un attimo”

L’automobilista è convinto che la strada sia stata costruita per lui, con il resto dell’umanità messo lì come ostacolo mobile. Il pedone attraversa? Fastidio. Il ciclista esiste? Provocazione. La moto passa tra le auto in coda? Affronto personale. Lo scooter gli taglia davanti? Dichiarazione di guerra. Il monopattino gli compare dal nulla? Lì parte direttamente il rosario.

Poi però lo stesso automobilista parcheggia in doppia fila “solo due minuti”, che nel linguaggio urbano significa: “torno quando ho finito di fare la spesa, prendere il caffè, salutare il barista, pagare una bolletta e forse riflettere sul senso della vita”.

Il bello è che quando guida l’auto, ogni altra categoria gli sembra composta da irresponsabili. Tutti pazzi. Tutti pericolosi. Tutti da multare. Lui no, lui è prudente. Sta solo mandando un vocale mentre tiene il volante con due dita e cerca parcheggio con lo sguardo di chi ha appena visto la Madonna tra le strisce blu.

E poi ci sono i ciclisti, i nemici naturali dell’automobilista. Non perché abbiano fatto qualcosa di preciso, ma perché osano occupare una porzione di strada senza avere almeno quattro ruote, un bollo, un’assicurazione da salasso e un abitacolo climatizzato.

L’automobilista medio con il ciclista ha un rapporto complicato. Se il ciclista sta in strada, gli urla di usare la pista ciclabile. Se il ciclista usa la pista ciclabile, spesso la trova occupata proprio dall’automobilista che cinque minuti prima gli aveva urlato di usarla. È una forma di coerenza creativa, quasi artistica: prima ti spiego dove devi andare, poi ci parcheggio sopra.

La scena classica è questa: ciclista sulla carreggiata, automobilista che abbassa il finestrino e parte con il sermone: “Usa la pista ciclabile!”. Duecento metri dopo, stessa auto ferma sulla pista ciclabile con le quattro frecce, perché “dovevo solo prendere una cosa”. Una cosa, certo. Di solito il diritto divino di rompere i coglioni.

Perché la pista ciclabile, nella testa di certi automobilisti, non è una corsia riservata. È un’area multifunzione. Può diventare parcheggio temporaneo, zona carico/scarico, sala d’attesa, corsia d’emergenza emotiva, deposito familiare o punto strategico per “scendere un attimo”. Il fatto che lì dovrebbe passarci una persona in bici è considerato un dettaglio, una di quelle finezze urbanistiche che interessano solo ai fanatici della sopravvivenza.

Poi ci sono i SUV davanti alle scuole, capitolo a parte e forse materia da tribunale internazionale.

Parlo di quei SUV grandi quanto una portaerei, guidati spesso da mamme in assetto da sbarco mattutino, che devono accompagnare il figlio fin quasi dentro l’aula. Non davanti alla scuola: davanti alla porta. Se fosse possibile entrerebbero direttamente nel corridoio, parcheggerebbero accanto all’attaccapanni e direbbero “scendo solo un secondo”.

Sono quei mezzi enormi, lucidi, rialzati, larghi come un bilocale, usati per fare trecento metri nel traffico cittadino con la tensione operativa di una missione NATO. Il bambino scende con lo zainetto, il genitore resta lì, quattro frecce accese, mezzo incrocio bloccato e dietro una fila di automobilisti che iniziano a invecchiare visibilmente.

E guai a far notare qualcosa. Perché la risposta implicita è sempre quella: “Sto accompagnando mio figlio”. Certo. E quindi la carreggiata diventa automaticamente proprietà familiare, il marciapiede una dependance e il Codice della Strada un dettaglio burocratico per chi non ha figli da depositare come pacchi Amazon.

Naturalmente non tutte le auto sono uguali. Alcune sono semplici mezzi di trasporto, altre sembrano test psicologici con quattro ruote e l’assicurazione annuale.

Le tre categorie di auto che richiederebbero una patente psicologica

Qui bisogna chiarire subito una cosa: il problema non è l’auto. L’auto è innocente, poverina. È ferro, plastica, gomme e rate. Il problema è chi la guida, perché certi modelli sembrano attirare personalità molto precise, come il miele con le vespe o i talk show con gli opinionisti che non sanno nulla ma lo dicono forte.

  1. Panda

Al primo posto, senza discussione, la Panda.

La Panda non è un’auto, è un evento atmosferico. Può comparire ovunque, in qualunque momento, con qualunque traiettoria. La trovi ai trenta all’ora in tangenziale, ai settanta in centro abitato, parcheggiata di traverso davanti al panettiere o lanciata in retromarcia da un cortile senza che nessuno abbia mai davvero capito chi abbia dato l’autorizzazione.

Chi guida la Panda dovrebbe avere una patente speciale, con esame pratico svolto in un parcheggio del mercato il sabato mattina, tra vecchiette armate di carrello, furgoni in doppia fila e uno che suona il clacson dal 1998.

La Panda è piccola, ma non fatevi ingannare: proprio perché è piccola, chi la guida pensa di poterla infilare ovunque. E spesso ci riesce. Il problema è che qualche volta “ovunque” coincide con il punto esatto in cui stavi passando tu.

  1. Audi

Secondo posto: Audi.

L’Audi è una bellissima macchina, elegante, solida, tedesca, precisa. Poi ci sale sopra certa gente e improvvisamente diventa un corso accelerato di arroganza su quattro ruote.

Il guidatore Audi non arriva. Compare nello specchietto. Di solito molto vicino. Troppo vicino. Con quell’aria da “spostati, ho una vita più importante della tua”, anche se magari sta solo andando al centro commerciale a comprare le capsule del caffè.

La freccia, su molte Audi, sembra un optional morale. Tecnicamente c’è, probabilmente funziona, ma usarla viene percepito come una forma di debolezza. Il guidatore Audi non segnala le intenzioni: le impone.

Per guidarne una servirebbe una patente particolare con prova obbligatoria di distanza di sicurezza, umiltà di base e capacità di restare dietro a qualcuno senza trasformarsi in un lampeggiante umano.

  1. BMW

Terzo posto: BMW.

La BMW è l’auto di chi, appena mette le mani sul volante, sente partire nella testa una colonna sonora da inseguimento. Anche quando sta uscendo dal parcheggio del supermercato.

Il guidatore BMW spesso vive la strada come una selezione naturale in cui lui, naturalmente, si considera la specie dominante. Sorpasso deciso, accelerazione teatrale, curva presa con convinzione e quella sottile sensazione che il Codice della Strada sia stato scritto per gli altri, quelli senza assetto sportivo.

Anche qui: macchina ottima, niente da dire. Il problema è quella trasformazione mistica che avviene tra il sedile e il cervello. Entri persona normale, accendi il motore e dopo tre secondi sei convinto che ogni rotonda sia una prova speciale.

Per la BMW servirebbe una patente con esame aggiuntivo: riuscire a guidare per dieci chilometri senza dimostrare niente a nessuno. Pare facile, ma per alcuni sarebbe più complicato che montare un mobile IKEA bendati.

Mi riservo di fare un futuro articolo proprio su chi sceglie e acquista queste automobili. Perché lì non siamo più nella mobilità: siamo nella psicologia applicata con finanziamento a rate.

Motociclisti: romantici, liberi e leggermente convinti di essere in un film

Il motociclista ha una sua religione. La moto non è un mezzo, è uno stile di vita, una dichiarazione d’indipendenza, un pezzo di anima con due ruote e un’assicurazione che ogni anno sembra un mutuo emotivo.

Quando sei in moto ti senti libero, agile, vivo. Poi arriva la pioggia, il vento laterale, la ghiaia in curva, il camion davanti che perde sassolini e capisci che la libertà è bellissima, ma anche un po’ bastarda.

Il motociclista guarda l’automobilista dall’alto della sua superiorità morale, anche se tecnicamente è seduto più in basso. Lo giudica perché non guarda gli specchietti, perché cambia corsia senza freccia, perché apre la portiera come se stesse lanciando una trappola medievale.

E qualche volta ha pure ragione.

Però c’è una cosa che va detta, perché è fondamentale: i motociclisti, tra loro, si rispettano. Si salutano quando si incrociano, anche se non si conoscono. Se uno è fermo a bordo strada, un altro motociclista prima o poi rallenta, guarda, chiede se serve una mano. C’è una specie di codice non scritto, un misto di rispetto, solidarietà e consapevolezza che là fuori, su due ruote vere, basta poco per passare dalla poesia alla fisioterapia. Trovatemi lo stesso spirito nelle altre categorie.

Poi, per carità, anche tra motociclisti ci sono quelli che fanno casino inutile, quelli che scambiano la strada per un circuito e quelli convinti che il quartiere debba godersi lo scarico aperto alle sette del mattino. Nessuna categoria è fatta solo di santi, e infatti certi santi andrebbero lasciati direttamente in garage.

Ma non dite mai, e sottolineo mai, a un motociclista che lo scooter è una moto. Perché lì il motociclista cambia espressione. Il saluto fraterno sparisce, la solidarietà evapora e dagli occhi parte quella luce brutta di chi ha appena sentito bestemmiare dentro una cattedrale. Lo scooter sarà comodo, utile, pratico, furbo, perfetto per la città. Ma una moto è un’altra cosa. Dirlo davanti a un motociclista è come chiamare “vino” una bibita all’uva: tecnicamente puoi anche pronunciare la frase, ma poi non lamentarti se vedi il lato peggiore della categoria.

Scooteristi: la fanteria urbana del “passo io”

Lo scooterista è una creatura metropolitana di grande fascino. Sta nel traffico come un pesce nell’acqua, o come una zanzara in camera da letto alle tre del mattino: piccolo, rapido e impossibile da ignorare.

Quando ero scooterista anch’io, intendiamoci, scooterista perché avevo uno scooter ma a fianco c’era sempre anche una moto, avevo quella tipica convinzione da due ruote cittadine: se c’è uno spazio, anche minuscolo, io ci passo. Se non c’è, lo invento. Se qualcuno protesta, vuol dire che non ha capito la poesia della mobilità urbana.

Lo scooterista vive tra autobus, taxi, auto ferme, pedoni distratti e buche che sembrano progettate da un consorzio di ortopedici. È pratico, veloce, spesso coraggioso, a volte semplicemente incosciente.

Il problema è che lo scooter ti dà l’illusione dell’invincibilità. Ti infili ovunque, sali davanti al semaforo, fai manovre che in auto richiederebbero un’autorizzazione comunale e a un certo punto inizi a credere di essere invisibile. Peccato che invisibile tu non sia. Soprattutto per il paraurti del SUV che non ti ha visto perché il conducente stava litigando col navigatore.

Ciclisti: santi, martiri e ogni tanto rompiscatole con il casco

Il ciclista è la categoria più odiata da chiunque non sia in bicicletta. E quando sei ciclista lo capisci subito: per l’automobilista sei lento, per il motociclista sei imprevedibile, per il pedone sei pericoloso, per lo scooterista sei un birillo con ambizioni ecologiche.

Io vado in bici, quindi lo posso dire senza rischiare la scomunica: il ciclista spesso subisce davvero. Strade strette, auto che ti sfiorano, portiere aperte all’improvviso, piste ciclabili che iniziano bene e finiscono contro un palo, una siepe o il nulla cosmico. In certi tratti pedalare sembra meno mobilità sostenibile e più selezione naturale.

Detto questo, esistono anche ciclisti convinti che il Codice della Strada sia una forma di narrativa sperimentale. Semafori rossi interpretati come suggerimenti cromatici, marciapiedi usati come tangenziali, sensi unici affrontati con la serenità di chi sta portando il verbo.

E no, non basta avere la borraccia, la tutina aderente e lo sguardo da Giro d’Italia per diventare automaticamente immuni dalla realtà.

Camionisti: quelli che tutti insultano, finché non devono ricevere qualcosa

Il camionista è l’unico della lista che posso osservare solo da fuori, perché il camion mi manca. Non per mancanza di rispetto, sia chiaro. È che già faccio fatica a trovare posto con l’auto; con un camion rischierei di parcheggiare direttamente sopra il municipio.

Il camionista però merita una menzione speciale, perché tutti lo maledicono quando se lo trovano davanti, soprattutto in salita, dietro una curva o mentre supera un altro camion a una velocità differenziale di mezzo chilometro all’anno.

Poi però tutti vogliono il pacco consegnato, il supermercato pieno, il mobile arrivato, il materiale disponibile, la merce pronta. E chissà come ci arriva tutta quella roba. Per magia? Con un drone spirituale? Con la forza del pensiero sostenibile?

No, arriva su gomma. Con camion grossi, ingombranti, lenti, fastidiosi e indispensabili.

Il punto è proprio questo: loro sono grossi. Molto grossi. E questa cosa, diciamolo, ogni tanto la usano come argomento filosofico. Perché mai dovrebbero darti la precedenza, se sanno benissimo che appena li vedi arrivare ti caghi addosso e inizi a rivalutare tutte le scelte fatte nella vita?

Il camionista non ha bisogno di alzare la voce, lampeggiare o discutere. Gli basta comparire nello specchietto con quel muso enorme da palazzo in movimento e il messaggio arriva chiaro: “Io passo. Tu, nel dubbio, prega”.

Il camionista è indispensabile, certo. Ma quando occupa metà orizzonte, ti impedisce di vedere perfino il futuro e sembra trattare la precedenza come una gentile concessione feudale, diventa automaticamente uno dei capi supremi dei rompicoglioni su ruote.

Monopattinisti: la categoria che mancava, purtroppo

E poi ci sono loro. I monopattinisti.

Li avevamo dimenticati, ed è grave. Non perché siano pochi, ma perché la mente umana tende a rimuovere i traumi per autodifesa.

Il monopattinista è una figura mitologica moderna: metà pedone, metà veicolo, metà problema. Sì, sono tre metà, ma con il monopattino la matematica normale smette di funzionare.

Lo trovi sulla strada, sul marciapiede, sulla pista ciclabile, sulle strisce pedonali, contromano, in due sullo stesso monopattino, con le cuffie, col telefono in mano, senza casco, senza luci, senza una meta chiara e spesso senza un apparente istinto di conservazione.

Il monopattinista non attraversa: appare. Non svolta: devia improvvisamente come una zanzara ubriaca. Non frena: spera. E quando lo vedi arrivare hai sempre quella frazione di secondo in cui ti chiedi se stia guidando un mezzo o se sia semplicemente caduto in avanti e stia aspettando che la fisica finisca il lavoro.

La cosa più inquietante è che molti sembrano convinti di essere invisibili e immortali insieme. Due qualità che, su una strada piena di auto, camion, moto, scooter e buche, forse andrebbero verificate con meno entusiasmo.

Il monopattino poteva essere una buona idea. Piccolo, pratico, urbano. Poi è arrivato l’essere umano e, come spesso accade, ha preso una cosa potenzialmente utile e l’ha trasformata in una roulette russa con il campanello.

La verità: cambiamo mezzo e cambiamo personalità

La cosa più comica è che molti non odiano davvero le altre categorie. Odiano semplicemente la categoria in cui non si trovano in quel preciso momento.

Quando sei in auto, il ciclista è un intralcio. Quando sei in bici, l’automobilista è un predatore con aria condizionata. Quando sei in moto, le auto sono muri con le frecce opzionali. Quando sei in scooter, tutti gli altri sono troppo lenti. Quando sei dietro a un camion, inizi a capire il concetto di eternità. Quando vedi un monopattino arrivare contromano, invece, rivaluti il Medioevo.

Io, avendo provato quasi tutto, ho sviluppato una diagnosi semplice: il problema non è il mezzo. Il problema è spesso chi lo guida, lo pedala, lo parcheggia a caso o ci sale sopra come se stesse partecipando a un esperimento sociale finanziato dal caos.

La strada tira fuori il peggio di molti, perché appena mettiamo le mani su un volante, un manubrio, un cambio o una manopolina elettrica, ci convinciamo di essere protagonisti assoluti. Gli altri non sono persone, sono ritardi, ostacoli, impedimenti, fastidi con le ruote.

La classifica ufficiale dei più rompicoglioni della strada

A questo punto, visto che siamo qui e ormai il danno è fatto, serve una classifica. Non scientifica, non certificata, non approvata da nessun ente inutile con il logo blu e la brochure in PDF. Una classifica basata sull’esperienza, sul nervoso accumulato e su quella sana osservazione quotidiana che vale più di mille convegni sulla mobilità sostenibile.

  1. Monopattinisti

Primo posto ai monopattinisti. Non serve ripetere tutto: basta vederne uno arrivare contromano, con il telefono in mano e l’espressione serena di chi pensa che la fisica sia un’opinione. Categoria peggiore perché riesce a mettere d’accordo tutti, cosa quasi commovente: automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni e camionisti li guardano e pensano la stessa cosa, anche se di solito si odiano tra loro.

  1. Camionisti

Secondo posto ai camionisti. Necessari, utili, fondamentali, tutto quello che volete. Però quando occupano mezza visuale, mezza corsia e metà della tua aspettativa di vita, diventano difficili da amare. E poi sono grossi, lo sanno, e a volte quella massa lì la usano come se fosse un titolo nobiliare.

  1. Scooteristi

Terzo posto agli scooteristi. Non sono i peggiori perché il monopattinista ha preso il loro concetto di “passo io” e lo ha reso ancora più instabile, più fragile e più inspiegabile. Però restano specialisti dell’infilata urbana, della traiettoria impossibile e dell’apparizione mistica nello specchietto.

  1. Automobilisti

Quarto posto agli automobilisti, cioè anche me. Categoria fondamentale, per carità, ma capace di sentirsi vittima pure quando ha appena parcheggiato sulla ciclabile, bloccato una scuola con un SUV da sbarco anfibio o spiegato a un ciclista dove dovrebbe andare mentre gli occupa l’unico spazio dove potrebbe andarci davvero.

Dentro questa categoria poi ci sono i sottogeneri: il pandista creativo, l’audista incollato al paraurti, il bmwista convinto di vivere in una prova speciale e il SUV scolastico in modalità portaerei davanti al cancello. Non è una categoria, è un ecosistema.

  1. Ciclisti

Quinto posto ai ciclisti. Spesso subiscono, spesso rischiano, spesso vengono trattati come intrusi in un mondo progettato male e guidato peggio. Però qualche colpa ce l’hanno anche loro, soprattutto quando decidono che il semaforo rosso sia solo una suggestione cromatica o che il marciapiede sia una pista ciclabile con pedoni ornamentali.

  1. Motociclisti

Ultimi i motociclisti. Non innocenti, ma meno colpevoli. Fanno rumore, qualcuno esagera, qualcuno confonde la provinciale con il Mugello, ma in genere passano, salutano, si aiutano e spariscono. Hanno difetti, sì, però almeno conservano quel minimo di rispetto reciproco che in strada sembra ormai materiale archeologico.

Naturalmente resta valida la regola sacra: non chiamate moto uno scooter. Il motociclista può essere gentile, solidale e fraterno, ma su quella frase lì diventa medievale in mezzo secondo.

Conclusione: siamo tutti il cretino di qualcun altro

Alla fine la guerra tra auto, moto, scooter, bici, camion e monopattini è una specie di commedia nazionale permanente. Ognuno vede le colpe degli altri con precisione chirurgica e le proprie con la generosità di un notaio distratto.

L’automobilista vuole rispetto. Il motociclista vuole spazio. Lo scooterista vuole passare. Il ciclista vuole sopravvivere. Il camionista vuole lavorare senza essere trattato come un continente in movimento. Il monopattinista, onestamente, non ho ancora capito cosa voglia, ma di sicuro lo vuole contromano.

E tutti, proprio tutti, ogni tanto fanno una stupidaggine.

La differenza sta nel rendersene conto prima di trasformarsi nell’ennesimo predicatore della strada, quello che appena cambia mezzo cambia anche vangelo.

Io continuerò a guidare l’auto, andare in moto, pedalare e ricordarmi dei miei tempi da scooterista. Il camion, per ora, lo lascio a chi ha il coraggio, la patente e soprattutto un posto dove metterlo. Il monopattino lo lascio a chi ha ancora fiducia nelle articolazioni, nella fortuna e nell’ottimismo cieco.

Perché va bene essere trasversali, ma occupare tre corsie al supermercato con un camion, bloccare una scuola con un SUV da sbarco anfibio o attraversare un incrocio in monopattino come se la morte fosse solo una notifica da ignorare mi sembra ancora un po’ eccessivo.

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