Laboratori biologici in Ucraina: ma non erano tutti complottisti o putiniani?

 

I laboratori biologici in Ucraina esistono, sono stati finanziati dagli Stati Uniti e alcuni di questi, secondo la stessa intelligence americana, potrebbero essere a rischio a causa della guerra. Ma come, ma non erano tutti complottisti o putiniani quelli che affermavano questa cosa?

Perché io me lo ricordo abbastanza bene il teatrino.

Appena qualcuno provava a dire: “Scusate, ma in Ucraina ci sono laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti?”, partiva subito il plotone d’esecuzione morale. Complottista. Putiniano. Disinformatore. Pericoloso. Nemico della democrazia. Probabilmente anche brutto dentro e con il Wi-Fi collegato direttamente al Cremlino.

Poi, come spesso accade, passa un po’ di tempo, arriva un documento ufficiale, cambia il vento, e improvvisamente quella cosa che ieri era una bestemmia geopolitica diventa una “notizia da contestualizzare”.

Che meraviglia.

Ora lo dice l’intelligence americana

Secondo quanto riportato, l’intelligence USA ha pubblicato un rapporto firmato da Tulsi Gabbard in cui si parla di oltre 120 laboratori biologici finanziati dal governo americano in più di 30 Paesi.

Tra questi, ci sono anche strutture in Ucraina. Non una cantina con due provette e un poster di James Bond appeso al muro, ma oltre 40 laboratori costruiti o supportati, più del 30% del totale citato.

E qui arriva la parte interessante: alcuni di questi siti potrebbero essere a rischio di compromissione a causa della guerra in corso. In almeno un caso si parla del possibile rischio di contaminazione da brucella o antrace.

Ora, attenzione, perché bisogna dirlo bene prima che arrivi il laureato in titoli letti di traverso: questo non significa automaticamente “armi biologiche ucraine pronte a conquistare il mondo”. Significa però che la storia raccontata per anni come pura fantasia da scemi col cappellino di stagnola era, almeno nella parte dell’esistenza e del finanziamento, molto meno fantasia di quanto ci avevano venduto.

E già questo dovrebbe bastare per far arrossire qualcuno. Ma tranquilli, non succederà.

Il trucco è sempre lo stesso: cambiare le parole

Il giochino è vecchio.

Quando una cosa dà fastidio, non la si discute. La si etichetta.

Non dici: “Vediamo se è vero”.
Dici: “È propaganda russa”.

Non dici: “Ci sono laboratori? Chi li finanzia? Cosa fanno? Che rischi ci sono?”.
Dici: “Ah, quindi sei putiniano”.

Non dici: “Forse la questione è delicata e merita trasparenza”.
Dici: “La scienza non si discute”, che ormai è diventata una specie di santino da appoggiare sul comodino accanto alla bolletta della luce.

Poi arriva il comunicato ufficiale e tutti diventano improvvisamente fini analisti. “Eh, però bisogna distinguere”. Certo che bisogna distinguere. Peccato che quando lo chiedeva qualcun altro, veniva trattato come un pazzo scappato da un gruppo Telegram alle tre di notte.

Non erano “inesistenti”, erano solo scomodi

La parte più ridicola non è nemmeno che questi laboratori vengano ora confermati come finanziati dagli Stati Uniti. La parte ridicola è il modo in cui certe verità fanno carriera.

Prima sono fake news.
Poi sono disinformazione.
Poi sono “argomenti complessi”.
Poi diventano documenti ufficiali.
E alla fine ti spiegano pure che, in fondo, lo si era sempre saputo.

No, cari miei. Non “lo si era sempre saputo”. Lo si poteva dire solo se appartenevi alla categoria giusta. Se lo diceva uno fuori dal recinto, era complottismo. Se lo dice un ufficio americano, allora è geopolitica, sicurezza, bio-rischio, cooperazione internazionale e altre parole belle stirate, profumate, pronte per il salotto buono.

La sostanza però resta lì: gli Stati Uniti hanno finanziato laboratori biologici anche in Ucraina. Alcuni trattano o hanno trattato agenti patogeni pericolosi. E la guerra può renderli vulnerabili.

Ma guai a fare domande prima che sia autorizzato.

Il problema non è solo il laboratorio, è il riflesso pavloviano

Qui il punto non è stabilire se ogni laboratorio sia buono, cattivo, innocuo o pericoloso. Non ho il camice, non faccio l’epidemiologo e non ho intenzione di fingermi esperto da talk show, categoria già sovraffollata.

Il punto è un altro: perché ogni volta che qualcuno mette il naso fuori dalla narrazione ufficiale viene trattato come un appestato?

Perché basta fare una domanda leggermente scomoda e parte subito la macchina della scomunica?

Perché se chiedi trasparenza su laboratori biologici finanziati all’estero diventi automaticamente un agente di Mosca, mentre se dopo quattro anni arriva un documento americano allora bisogna “approfondire con equilibrio”?

È questo il capolavoro.

Non ti dicono solo cosa pensare. Ti dicono anche quando puoi cominciare a pensarlo.

Prima no, perché è complottismo.
Dopo sì, perché è stato timbrato.

La parola “complottista” ormai è la scopa sotto il tappeto

La parola “complottista” ha avuto una carriera fulminante. Una volta indicava quelli convinti che i rettiliani avessero fondato l’INPS. Ora viene usata per chiunque faccia una domanda in anticipo rispetto al comunicato stampa.

È diventata la scopa sotto il tappeto. Non sai rispondere? Complottista. Ti dà fastidio la domanda? Putiniano. Il fatto è scomodo? Disinformazione.

Poi, quando il fatto esce da una fonte ufficiale, tutti seri, tutti composti, tutti a sistemarsi la cravatta: “Bisogna evitare semplificazioni”.

Certo. Le semplificazioni vanno evitate sempre. Tranne quando servono a zittire qualcuno. In quel caso diventano improvvisamente igiene democratica.

Non è una vittoria dei complottisti, è una sconfitta dei censori da salotto

Naturalmente adesso arriverà anche l’altra caricatura: “Ah, allora avevano ragione i russi su tutto”.

No. E infatti non è questo il punto.

Il punto è che tra “non esiste nulla” e “sono armi biologiche segrete per dominare il pianeta” c’è uno spazio enorme chiamato realtà. Dentro quello spazio ci stanno domande legittime, documenti, rischi, finanziamenti, responsabilità, controlli e trasparenza.

Il problema è che a molta gente quello spazio dà fastidio. Preferisce il pacchetto completo: buoni da una parte, cattivi dall’altra, domande vietate, dubbi sospetti, opinioni consentite solo se già approvate.

Così si vive meglio, certo. Si fatica meno. Basta scegliere il branco giusto e belare con convinzione.

Conclusione: la prossima volta magari contate fino a dieci

La vicenda dei laboratori biologici in Ucraina dovrebbe insegnare una cosa semplice: prima di dare del complottista a qualcuno, magari conviene aspettare almeno che la realtà abbia finito di scaricare gli aggiornamenti.

Perché poi succede questo. Succede che una cosa derisa per anni riemerge dentro un rapporto ufficiale. Succede che i toni cambiano. Succede che chi urlava “fake news” si ritrova a spiegare che “la questione è più complessa”.

E infatti lo è.

Era complessa anche prima. Solo che prima conveniva trattarla come una barzelletta da estremisti.

Ora invece è arrivato il timbro americano, quindi tutti composti, tutti prudenti, tutti con la faccia seria di chi non ha mai partecipato al linciaggio.

Ma la domanda resta lì, fastidiosa come una zanzara in camera alle tre di notte:

Ma come, ma non erano tutti complottisti o putiniani quelli che affermavano questa cosa?

 

Fonte: Ansa

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