Commissione Covid, la sinistra scopre il garantismo procedurale: ma solo quando il fumo finisce negli occhi suoi
La Commissione Covid doveva essere, almeno sulla carta, il luogo in cui provare a capire cosa sia successo durante gli anni più confusi, blindati, autocertificati e sanificati della storia recente italiana. Invece rischia di diventare un’altra grande specialità nazionale: appena qualcuno prova ad aprire un cassetto, arriva immediatamente qualcuno a spiegare che il problema non è cosa ci sia dentro, ma se il cassetto sia stato aperto con la mano destra, la sinistra, il gomito o previa autorizzazione morale del condominio.
E così, mentre dalle audizioni emergono racconti pesanti sulla gestione dell’emergenza, sulle mascherine, sugli appalti e su decisioni prese nel periodo in cui l’Italia viveva tra Dpcm, dirette Facebook e conferenze stampa con tono da messaggio alla nazione, la sinistra decide di fare quello che le riesce meglio: gridare alla deriva democratica.
Naturalmente non perché si voglia evitare di parlare del merito. No, ci mancherebbe. È solo una coincidenza che ogni volta che si avvicina una domanda scomoda, parta l’allarme rosso: “procedura!”, “illegittimità!”, “commissione da sciogliere!”, “presidente da dimettere!”. Manca solo “spegnete tutto, c’è una virgola fuori posto”.
Commissione Covid: quando la trasparenza diventa improvvisamente pericolosa
Secondo quanto riportato nelle ultime ore, le opposizioni hanno contestato il presidente della Commissione Covid, Marco Lisei, arrivando a chiedere lo scioglimento della commissione e denunciando presunte irregolarità nelle audizioni delegate. La Commissione era convocata anche lunedì 8 giugno 2026 per attività testimoniali, come risulta dal calendario della Camera.
Ora, intendiamoci: le procedure sono importanti. In uno Stato serio le regole contano. Però è affascinante osservare la metamorfosi. Gli stessi ambienti politici che durante la pandemia spiegavano agli italiani che bisognava obbedire, tacere, fidarsi, non fare domande e possibilmente sorridere dietro la mascherina, oggi riscoprono il culto mistico del comma, del verbale, della delega, della sottoclasse procedurale.
È un’evoluzione spirituale notevole.
Nel 2020: “State a casa, non discutete, lo dice la scienza”.
Nel 2026: “Fermi tutti, chi ha autorizzato questa audizione? C’è il timbro? La penna era blu? La graffetta era conforme al regolamento?”
Una conversione fulminante. San Procedurino da Montecitorio avrebbe apprezzato.
La sinistra chiede di sciogliere la Commissione Covid: tempismo da applausi
La richiesta di sciogliere la Commissione Covid arriva proprio mentre si parla di testimonianze, mascherine, appalti e gestione dell’emergenza. Repubblica ha riportato la posizione del centrosinistra, che ha parlato di audizioni illecite e ha chiesto l’intervento dei presidenti di Camera e Senato. Anche Il Fatto Quotidiano ha raccontato lo scontro sulle audizioni e sulle attività delegate della commissione.
Naturalmente, per puro caso, la soluzione proposta non è: “Facciamo chiarezza, ascoltiamo tutti, verifichiamo gli atti, pubblichiamo tutto”.
No.
La soluzione è: “Sciogliamola”.
Che è un po’ come entrare in cucina, sentire puzza di bruciato e proporre di demolire il ristorante perché il cameriere ha apparecchiato storto.
C’è qualcosa di magnificamente italiano in tutto questo: quando un’indagine dà fastidio, non si discute il contenuto, si contesta il contenitore. Se il contenitore regge, si contesta il coperchio. Se anche il coperchio è a posto, si passa alla maniglia. Alla fine, con un po’ di fortuna, nessuno si ricorda più cosa ci fosse nella pentola.
FdI domanda: “Di cosa hanno paura?”
Fratelli d’Italia, ovviamente, ha colto la palla al balzo. La domanda politica è semplice: se non c’è nulla da nascondere, perché tanto panico? Perché chiedere addirittura lo scioglimento della Commissione Covid? Perché trasformare ogni audizione in una guerra mondiale del regolamento interno?
Domande legittime, anche se fastidiose. Anzi, forse proprio perché fastidiose.
La risposta delle opposizioni è la solita: la commissione sarebbe usata politicamente, come un “plotone d’esecuzione” contro il precedente governo. Traduzione dal politichese: quando una commissione indaga sugli altri è democrazia, quando indaga su quello che è successo mentre governavamo noi è vendetta.
È un principio costituzionale non scritto, ma molto praticato.
Del resto, in Italia la memoria storica è sempre selettiva. Ricordiamo benissimo le responsabilità degli avversari. Le nostre invece tendono a evaporare come gel igienizzante al sole.
Il capolavoro: contestare una decisione che si sarebbe condivisa
La parte più gustosa della vicenda, almeno secondo la ricostruzione di FdI riportata dal Secolo d’Italia, è che le attività contestate sarebbero state condivise in ufficio di presidenza, alla presenza anche dei rappresentanti delle opposizioni.
Se confermato, siamo davanti a una scena da teatro dell’assurdo parlamentare: prima partecipi, poi contesti, poi chiedi lo scioglimento, poi ti indigni perché qualcuno ti fa notare che eri presente.
È il famoso metodo “non ero d’accordo con me stesso, ma non mi avevo avvisato”.
Un capolavoro.
A quel punto non siamo più alla politica. Siamo alla commedia dell’arte con il badge istituzionale.
Mascherine, appalti e domande scomode: il merito può attendere
Il punto vero, però, resta uno: durante l’emergenza Covid sono state prese decisioni enormi. Decisioni sanitarie, economiche, sociali, scolastiche, amministrative. Milioni di italiani hanno vissuto limitazioni pesantissime. Aziende chiuse. Ragazzi chiusi in casa. Famiglie separate. Scuole trasformate in esperimenti digitali a singhiozzo. Lavoratori sospesi. Attività distrutte. E tutto questo mentre lo Stato comprava, distribuiva, imponeva, decideva.
Pretendere di capire se tutto sia stato gestito bene non è fascismo, complottismo o lesa maestà sanitaria. È il minimo sindacale.
Poi magari emergerà che tutto è stato perfetto. Che ogni scelta era inevitabile. Che ogni acquisto era impeccabile. Che ogni procedura era limpida come l’acqua di montagna. Benissimo. Allora sarà ancora più facile dimostrarlo.
Ma se alla prima audizione scomoda si propone di spegnere la luce, qualche dubbio viene.
Anzi, più che un dubbio sembra un lampeggiante.
La religione del “non disturbare il manovratore”
Durante la pandemia, qualunque obiezione veniva spesso trattata come un atto di sabotaggio morale. Chiedevi chiarimenti? Eri irresponsabile. Domandavi numeri? Eri negazionista. Parlavi di costi sociali? Eri insensibile. Segnalavi contraddizioni? Eri contro la scienza.
Oggi, a distanza di anni, si potrebbe almeno pretendere una cosa semplice: rimettere in fila i fatti.
Non per riscrivere la storia con il senno di poi, ma per evitare che la prossima emergenza venga gestita con lo stesso schema: panico, propaganda, decreti, appalti, conferenze stampa e poi tutti a casa, possibilmente senza fare troppe domande.
Invece no. Appena la Commissione Covid prova ad avvicinarsi al cuore della questione, parte la difesa d’ufficio del “metodo”. Non del merito. Del metodo.
È come se uno venisse fermato con una cassaforte aperta in mano e dicesse: “Sì, ma l’agente mi ha chiesto i documenti con tono poco istituzionale”.
Il problema non è la Commissione Covid. Il problema è quello che potrebbe scoprire
La verità è che questa vicenda racconta molto più della Commissione Covid. Racconta il rapporto malato della politica italiana con la responsabilità.
Quando si governa, si decide. Quando si decide, si risponde. Non è un dettaglio. È il prezzo del potere.
Invece da noi il potere viene esercitato con grande solennità, ma la responsabilità viene sempre spedita altrove: ai tecnici, agli esperti, all’emergenza, all’Europa, ai fornitori, ai dirigenti, al destino cinico e baro. Alla fine, se serve, anche alla stampante che non ha protocollato bene.
E allora sì, la domanda di FdI ha senso: di cosa hanno paura?
Paura che emerga qualcosa? Paura che non emerga nulla ma resti comunque il sospetto? Paura che gli italiani ricordino? Paura che qualcuno chieda conto non delle intenzioni, ma dei risultati?
Perché le intenzioni erano tutte nobilissime, naturalmente. In Italia le intenzioni sono sempre nobilissime. Poi arrivano le fatture, i verbali, le audizioni e i documenti, e improvvisamente la nobiltà chiede l’annullamento della seduta.
Conclusione: sciogliere la commissione per salvare la trasparenza, geniale
La sinistra chiede di sciogliere la Commissione Covid nel nome della correttezza istituzionale. Una trovata raffinata: per tutelare la trasparenza, spegniamo il faro. Per proteggere la verità, fermiamo chi fa domande. Per garantire il Parlamento, chiudiamo la commissione parlamentare.
È una logica così sottile che probabilmente ha bisogno del Green Pass per essere capita.
Nel frattempo, gli italiani restano lì, con una domanda molto meno elegante ma molto più concreta: durante il Covid è stato fatto tutto bene oppure no?
E soprattutto: perché ogni volta che qualcuno prova a rispondere, c’è sempre qualcuno che urla “procedura!” e cerca l’interruttore della luce?
Forse non hanno paura della Commissione Covid.
Forse hanno paura che, dopo anni di prediche, qualcuno presenti finalmente il conto.
