2 giugno, finalmente solo bandiere italiane: incredibile, alla Festa della Repubblica si celebrava l’Italia

La parata 2 giugno quest’anno ha regalato un momento quasi rivoluzionario: alla Festa della Repubblica italiana si sono viste soprattutto bandiere italiane. Una cosa talmente normale da sembrare ormai provocatoria. Tricolori, Forze Armate, istituzioni, Frecce Tricolori, cittadini in strada. Insomma, tutto quello che ingenuamente uno si aspetterebbe da una ricorrenza chiamata, con una certa fantasia, “Festa della Repubblica”.

E invece no. Perché in Italia anche il 2 giugno deve diventare un talk show con la crisi d’identità incorporata. Non fai in tempo a vedere il bianco, rosso e verde che parte subito il concorso nazionale: “Trova qualcosa per indignarti anche oggi”.

Una parata con le bandiere italiane: scandalo istituzionale

Finalmente una celebrazione nazionale in cui il simbolo principale era la bandiera nazionale. Sembra una frase banale, ma nel 2026 va specificato, perché ormai il concetto di identità italiana provoca più agitazione di una fattura elettronica non inviata.

La Festa della Repubblica dovrebbe essere uno di quei rari momenti in cui si mette da parte la rissa quotidiana e si ricorda che, prima di essere tifosi politici, commentatori da social, esperti di geopolitica da divano e rivoluzionari con abbonamento fibra, siamo cittadini dello stesso Paese.

Ma evidentemente no. Per alcuni, vedere sfilare militari, corpi dello Stato, Protezione Civile, rappresentanti delle istituzioni e tricolori è già troppo. Troppo ordinato. Troppo nazionale. Troppo italiano. Mancava solo qualcuno che chiedesse di sostituire l’Inno di Mameli con una playlist “fluidamente inclusiva” scelta da un comitato spontaneo su Instagram.

La solita polemica: aboliamo tutto, così siamo più moderni

Puntuale come il caldo a luglio e le promesse elettorali prima del voto, è arrivata anche la polemica sulla parata. Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha scritto che la parata militare del 2 giugno andrebbe abolita per restituire alla Festa della Repubblica un carattere “civile, popolare e democratico”. La notizia è stata riportata da ANSA e ripresa da diverse testate nazionali.

Ora, il punto è meraviglioso: per rendere più democratica la Festa della Repubblica, bisognerebbe togliere uno dei momenti in cui lo Stato si mostra ai cittadini. Geniale. È un po’ come dire che per valorizzare il Natale bisognerebbe abolire gli alberi, i regali e possibilmente anche il 25 dicembre, perché fanno atmosfera.

La premier Giorgia Meloni ha replicato duramente, definendo quelle parole offensive verso uomini e donne in divisa che servono l’Italia. Anche questa risposta è stata riportata da Sky TG24 e da altre testate.

Il problema non è la parata: è l’allergia al tricolore

La cosa curiosa è che il 2 giugno non celebra una parte politica. Non è la festa del governo, non è la festa di un partito, non è la sagra del militarismo con stand gastronomico e gadget mimetici.

È la Festa della Repubblica.

Quella Repubblica che consente a tutti, compresi quelli che la criticano ogni mattina prima del cappuccino, di esprimere opinioni, candidarsi, essere eletti, contestare, pubblicare post indignati e spiegare agli altri cosa sia la democrazia.

Eppure, appena compare una bandiera italiana, a qualcuno viene l’orticaria costituzionale. Se sfilano i corpi dello Stato, è militarismo. Se passano le Frecce Tricolori, è propaganda. Se ci sono solo bandiere italiane, manca “qualcosa”. Se invece ci fossero state cinquanta bandiere diverse, sarebbe stato “un bellissimo messaggio”.

Certo. Perché alla Festa della Repubblica italiana, l’unica bandiera che dà fastidio è proprio quella italiana. Coincidenze cromatiche.

Dovevano sfilare tutti, tranne l’Italia

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche e commenti polemici rilanciati online, c’è stato anche chi ha ironizzato o proposto provocatoriamente altri simboli e presenze, dalla Flotilla ad altre cause politiche e sociali, trasformando la parata in una specie di carrozzone tematico permanente.

Il punto non è impedire a qualcuno di manifestare. Ci mancherebbe. Il punto è che ogni cosa ha un contesto.

Il 2 giugno non è la giornata mondiale del “mettiamo dentro tutto così nessuno si sente escluso”. È la Festa della Repubblica italiana. Non serve trasformarla in un festival delle rivendicazioni, in una riunione condominiale geopolitica o in una sfilata alternativa dove ogni gruppo pretende il proprio spazio, il proprio striscione e possibilmente il proprio comunicato stampa.

Ci sono 364 altri giorni per manifestare, contestare, rivendicare, proporre, protestare, bloccare, occupare, firmare appelli e litigare su X. Uno, magari, lasciamolo alla Repubblica. Sempre che non sia un concetto troppo estremista.

Le Forze Armate non sono il problema, sono lo Stato che funziona quando serve

C’è poi questa idea molto comoda secondo cui chi sfila in divisa rappresenterebbe automaticamente la guerra. Una semplificazione perfetta per chi ragiona a slogan: divisa uguale guerra, bandiera uguale nazionalismo, patria uguale fascismo, tricolore uguale emergenza democratica.

Peccato che chi indossa una divisa spesso sia lo stesso che interviene nelle emergenze, nelle calamità, nelle missioni di soccorso, nella sicurezza, nella protezione dei cittadini. Ma si sa, raccontarlo rovina la narrazione.

Molto meglio immaginare la parata come un raduno di guerrafondai, perché così si può fare il post indignato e sentirsi dalla parte giusta della storia. Che poi la storia magari non l’ha letta nessuno, ma l’importante è stare comodi nella didascalia.

La Repubblica va bene, purché non sembri troppo Repubblica

La vera comicità involontaria è questa: molti di quelli che invocano ogni giorno la Costituzione, la democrazia, le istituzioni e il rispetto dello Stato sembrano infastiditi quando lo Stato si presenta in pubblico con i suoi simboli.

La Repubblica va bene se è astratta. Se è un concetto da citare nei dibattiti. Se è una parola da mettere nei comunicati. Ma quando diventa concreta — bandiera, inno, corpi dello Stato, cerimonia ufficiale — allora bisogna ridimensionarla, smontarla, correggerla, rieducarla.

In pratica: viva la Repubblica, ma che non faccia troppo rumore. Viva il tricolore, ma magari dietro le quinte. Viva le istituzioni, però possibilmente senza parate, senza divise, senza orgoglio nazionale e senza disturbare il palinsesto dell’indignazione progressista.

Conclusione: il 2 giugno è italiano, fatevene una ragione

La parata del 2 giugno può piacere o non piacere. Si può discutere di costi, forma, sobrietà, messaggi, come in qualunque democrazia normale. Ma l’idea che la Festa della Repubblica debba vergognarsi dei suoi simboli è semplicemente surreale.

Quest’anno, vedere tante bandiere italiane alla parata è stato quasi rassicurante. Non perché il Paese sia perfetto, non perché le istituzioni siano infallibili, non perché tutto vada bene. Ma perché almeno per un giorno si è ricordato che l’Italia esiste ancora. E non solo quando c’è da lamentarsi, chiedere bonus o tifare la Nazionale.

Poi, naturalmente, c’è sempre qualcuno che vorrebbe abolire, sostituire, correggere, reinterpretare. È il bello dell’Italia: anche quando sventola il tricolore, qualcuno riesce a sentirsi all’estero.

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