Ponte del 2 giugno: italiani poverissimi, ma in coda con il pieno fatto

Il Ponte del 2 giugno conferma ancora una volta una delle più grandi specialità nazionali: lamentarsi del caro vita mentre si prepara il trolley. Secondo i dati Federalberghi-Tecnè riportati da ANSA, saranno 14,3 milioni gli italiani in viaggio, con il 93% che resterà in Italia e un giro d’affari stimato in 6,9 miliardi di euro. Insomma: non arriviamo a fine mese, però al mare sì.

Tutti in crisi, ma col costume già in borsa

Da mesi sentiamo ripetere che tutto costa troppo.
La spesa costa troppo.
La benzina costa troppo.
Il ristorante costa troppo.
Il caffè costa troppo.
Pure respirare, se lo fai in centro, prima o poi metteranno il coperto.

Poi arriva un ponte, magari lungo, magari comodo, magari con quel martedì festivo che sembra disegnato da un sindacalista del tempo libero, e improvvisamente l’Italia si svuota.

Le città diventano silenziose, le autostrade diventano parcheggi panoramici e il cittadino medio, quello che fino a ieri spiegava con tono drammatico che “così non si può andare avanti”, oggi è in fila al casello con il pieno fatto, il portapacchi carico e la voce del navigatore che lo prende in giro da tre ore.

Il miracolo economico del weekend lungo

Il dato più interessante non è solo che milioni di italiani partano.
È che lo facciano in un Paese dove la narrazione quotidiana è ormai questa: siamo economicamente distrutti, socialmente stanchi, psicologicamente provati e finanziariamente appesi a una promozione del supermercato.

Ma basta un ponte e si compie il miracolo.

Il conto corrente, che il mercoledì piangeva in silenzio, il venerdì trova misteriosamente le risorse per benzina, autostrada, aperitivo, cena, gelato, parcheggio, lettino, ombrellone e magari pure il souvenir inutile da mettere vicino agli altri souvenir inutili.

Altro che PNRR.
Il vero piano di ripresa italiano è: “facciamo due giorni fuori, poi si vede”.

Il 93% resta in Italia: patriottismo o budget controllato?

Secondo i dati, la stragrande maggioranza dei viaggiatori resterà nel nostro Paese. Una scelta che può essere letta in due modi.

Versione ufficiale: gli italiani amano l’Italia, il suo mare, le sue città d’arte, i borghi, il cibo, il patrimonio culturale.

Versione meno poetica: con quello che costano voli, hotel e qualsiasi cosa abbia la parola “estate” davanti, anche andare a due province di distanza sembra già un viaggio internazionale.

E comunque va benissimo così.
Il turismo interno è importante, fa girare l’economia, sostiene ristoranti, alberghi, stabilimenti balneari e tutta quella filiera che, nel giro di 48 ore, riesce a trasformare una famiglia normale in un piccolo ministero delle spese impreviste.

Il lamento nazionale non va mai in ferie

La cosa meravigliosa è che l’italiano riesce a lamentarsi anche mentre parte.

Si lamenta del traffico.
Si lamenta del caldo.
Si lamenta del costo della benzina.
Si lamenta dell’autogrill.
Si lamenta del panino dell’autogrill, che ormai ha un prezzo al metro quadro simile a Milano centro.

Poi arriva a destinazione, trova parcheggio a pagamento, paga, sospira, guarda il mare e dice:

“Eh però ogni tanto ci vuole.”

E lì c’è tutta l’Italia.
Un Paese che soffre, protesta, borbotta, si indigna, ma appena vede tre giorni liberi consecutivi sviluppa una potenza organizzativa che nemmeno durante le emergenze nazionali.

Non arriviamo a fine mese, ma almeno ci arriviamo abbronzati

Naturalmente non significa che la crisi non esista.
Il caro vita c’è, gli stipendi sono fermi, molte famiglie fanno davvero fatica e il costo delle vacanze è diventato per tanti un lusso da calcolare con attenzione.

Però resta affascinante questa doppia anima italiana: da una parte il dramma quotidiano del portafoglio, dall’altra la fuga collettiva appena il calendario concede una via di scampo.

Forse non è incoerenza.
Forse è sopravvivenza.

O forse siamo semplicemente fatti così: ci lamentiamo per vocazione, partiamo per tradizione e torniamo più poveri, ma con almeno una foto al tramonto da pubblicare sui social.

Conclusione: il Paese è fermo, ma solo in tangenziale

Il Ponte del 2 giugno ci ricorda che l’Italia è un Paese complicato, contraddittorio e meravigliosamente teatrale.

Siamo tutti preoccupati, tutti sotto pressione, tutti convinti che il futuro sarà durissimo.
Però, se c’è un ponte, il futuro può aspettare lunedì sera.

Perché l’italiano magari non arriva a fine mese.
Ma se c’è da arrivare al mare, una soluzione la trova sempre.

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