Accordo con l’Iran “già oggi”. Come ieri. E probabilmente anche domani

L’accordo con l’Iran potrebbe arrivare “già oggi”. Lo ha detto il segretario di Stato americano Marco Rubio. Che, tradotto dal linguaggio diplomatico al linguaggio umano, significa più o meno: “Potrebbe succedere, ma anche no, però intanto diciamolo così teniamo viva la suspense”.

Da Teheran, però, arriva subito la doccia fredda: passi avanti sì, accordo imminente no. Insomma, la solita coreografia internazionale: uno apre la porta, l’altro dice che era solo uno spiffero.

Secondo Reuters, l’Iran ha confermato progressi su diversi punti discussi con gli Stati Uniti, ma ha escluso che l’intesa sia imminente. Anche altre fonti internazionali descrivono una trattativa ancora aperta, con aspettative raffreddate rispetto agli annunci più ottimistici.

La pace arriverà oggi. Come ogni giorno da quando è cominciata la guerra

La parte più affascinante di questa guerra, se così si può dire senza essere internati in un convegno di geopolitica televisiva, è che da quando è iniziata sembra che l’accordo sia sempre dietro l’angolo.

Ogni giorno:
“Accordo vicino”.
Il giorno dopo: “Manca solo l’ok finale”.
Il giorno dopo ancora: “Ci sono passi avanti”.
Poi: “Non è imminente”.
Poi di nuovo: “Potrebbe arrivare oggi”.

A questo punto non è più diplomazia, è una serie Netflix scritta da uno sceneggiatore pagato a cliffhanger.

Siamo passati dalla guerra lampo alla pace lampeggiante: si accende, si spegne, si riaccende, poi arriva un portavoce e dice che no, in realtà era solo il led del caricabatterie.

Rubio ottimista, Teheran prudente: il grande classico

Rubio ha lasciato intendere che un accordo potrebbe concretizzarsi rapidamente. Ma nello stesso giro di dichiarazioni ha anche spiegato che, se la diplomazia non funzionerà, gli Stati Uniti troveranno “un altro modo”. Che è una frase bellissima, soprattutto se pronunciata mentre si parla di pace.

È un po’ come dire: “Vorremmo risolverla con il dialogo, ma abbiamo anche altri simpatici strumenti nel cassetto”.

Nel frattempo Teheran frena, ricordando che alcune questioni restano aperte. Secondo Reuters e Axios, tra i nodi ci sarebbero il programma nucleare, la riapertura dello Stretto di Hormuz, il blocco navale statunitense e varie garanzie politiche ancora da definire.

Quindi sì, l’accordo è vicino. Nel senso che è lì, da qualche parte, dentro una stanza, coperto da una pila di documenti, sotto una cartellina con scritto “da firmare appena smettiamo di contraddirci”.

“Passi avanti” è la frase perfetta: non dice nulla, ma sembra importante

In diplomazia internazionale esiste una frase magica: “sono stati fatti passi avanti”.

Non significa che l’accordo sia stato raggiunto.
Non significa che sia vicino.
Non significa nemmeno che qualcuno sappia esattamente dove stia andando.

Significa solo che qualcuno si è mosso. Magari in avanti, magari di lato, magari verso il buffet della sala negoziati.

Teheran infatti ha detto: passi avanti sì, ma accordo non imminente. Una formula meravigliosa, perché riesce a dare speranza e toglierla nella stessa frase. Praticamente un comunicato stampa scritto da un ascensore emotivo.

Hezbollah, Israele e il diritto di reagire: perché semplificare era troppo facile

Come se non bastasse, Rubio ha aggiunto anche il passaggio su Hezbollah: se si prepara a lanciare missili o li lancia contro Israele, Israele avrebbe diritto di reagire.

Ed ecco che il presunto accordo di pace diventa subito più largo, più complicato, più regionale, più esplosivo. Perché in Medio Oriente nulla è mai una questione tra due soggetti: è sempre una matrioska geopolitica dove apri un problema e dentro ne trovi altri sette, tutti armati.

Quindi l’accordo con l’Iran dovrebbe chiudere la guerra, ma nel frattempo deve tenere conto di Hezbollah, Israele, Hormuz, nucleare, sanzioni, blocchi navali, equilibri regionali e probabilmente anche del meteo a Doha.

La pace annunciata è sempre bellissima. Peccato manchi solo la pace

Il vero capolavoro mediatico è che ormai l’accordo sembra vivere più nei titoli che nella realtà.

“Accordo possibile oggi” suona benissimo. È breve, ottimista, fa cliccare, dà l’idea che il mondo stia per sistemarsi tra un caffè e la pausa pranzo.

Poi leggi sotto e scopri che:
l’intesa non è imminente,
i dettagli non sono chiusi,
le parti non concordano del tutto,
alcuni punti sono ancora controversi,
e nel caso vada male c’è sempre “un altro modo”.

Insomma, più che un accordo di pace sembra il preventivo di un idraulico: “dovremmo esserci, però vediamo cosa troviamo quando apriamo”.

Conclusione: oggi accordo, domani forse, dopodomani comunicato

Il punto non è negare che i negoziati possano essere reali. Lo sono. E se portassero davvero a una tregua stabile, sarebbe ovviamente una buona notizia.

Il punto è la liturgia dell’annuncio continuo. Ogni giorno la pace è “vicina”, “possibile”, “probabile”, “non imminente”, “in fase avanzata”, “quasi pronta”, “ma non oggi”.

Una diplomazia trasformata in televendita:
“Affrettatevi, l’accordo è disponibile solo per oggi. Ma se chiamate domani, sarà ancora più imminente”.

Nel frattempo la guerra continua a essere una cosa seria. Gli annunci, invece, sembrano ormai avere la stessa affidabilità delle previsioni meteo a Ferragosto: sole, temporali, grandine, schiarite e forse pace nel pomeriggio.

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